Le favole cominciavano così. Nulla di nuovo sotto il sole della storia. Partivano con i bastimenti da Genova o da Napoli per le Americhe. Attraversavano le frontiere in treno oppure a piedi le alpi. A migliaia sono rimasti nascosti nelle camere svizzere affittate dai genitori. I ‘Chiavarini’ suonavano e ballavano coi cani a Londra. I bambini sono da sempre, e loro malgrado, migranti. Grace è arrivata ieri dall’Algeria con la madre tra una borsa e l’altra. Un anno preso in prestito alla vita e non ancora rimborsabile. Nata per scelta o per casualità si trova allieva nella scuola della strada. Piange sottovoce e canta la ninna nanna alla madre che dorme per la stanchezza del viaggio.

Patrick Evariste ha cinque anni e dice di ricordare Abidjan. Nella capitale economica della Costa d’Avorio i bambini sono diventati le prime vittime della guerra di successione. La Corte Penale Internazionale dell’Aja custodisce uno dei presidenti in attesa di giudizio. L’altro finge di governare in nome del popolo e offre garanzie al sistema globale di impoverimento. Evariste è andato in Ghana come precoce rifugiato con sua madre. Con lei è partito in Algeria e in lei è rimasto nove mesi prima di decidere il da farsi. Lui e sua madre Irene sono partiti stamane col bus. L’appello dei viaggiatori alla stazione inizia alle tre della notte sotto le stelle. Come nelle favole più belle.

Donne sole e bambini come contorno. Sono alcuni dei nuovi paesaggi delle migrazioni internazionali che attraversano i nostri tempi. A volte sono famiglie intere che cercano l’altro futuro che si accampa dietro le colline di sabbia. I figli giocano e si improvvisano nocchieri che consigliano i grandi sugli itinerari da seguire. I bambini migranti sono una categoria creata fin dall’inizio per necessità. Alcune madri partono e li lasciano al paese col marito. Lavorano per tornare a casa e quando lo fanno non trovano più ciò che hanno abbandonato. Terre di transito e giacimenti ancora inesplorati di sogni. I bambini migranti solo scrivono favole per i grandi.

I bambini viaggiatori sono ostaggi di un destino che non si sentiva di fare meglio. Passano innocenti le frontiere con le foto d’identità dell’anno prima. Le madri le aggiornano quando capita e secondo le necessità dei controlli doganali. Al confine di stato la polizia ha sequestrato i telefonini. Il ritono al paese dopo la guerra sarà allora una sorpresa per tutti. Nella casa troveranno inquilini occasionali e il padre che non speravano più di incontrare un giorno. Se necessario le madri cambiano o trasformano i documenti dei figli. Adattano i nomi e le età e i colori degli occhi alle richieste degli utenti. I bambini intanto inventano parole nuove come nelle favole.

Nascono prima di partire oppure nel transito tra un paese e l’altro. La loro dimora si confonde con la polvere delle borse che si chiudono con sapienza. Le compagnie di viaggio si organizzano coi facchini in uniforme che si aspettano una mancia per il servizio. Il parco giochi è costituito da materassini ambulanti e da stuoie che nascondono le cicogne. I bambini li portano loro. Ora le cicogne si posano sui tetti delle corriere e dei centri di detenzione. Per entrare approfittano della complicità dei guardiani. Le rotte migranti le obbligano a fari giri molto più lunghi e aggirano i controlli. Sono pochi i bambini che non arrivano con le cicogne. Tutti invece credono nelle favole.

C’era una volta un re. La regina arrivava dopo e proveniva da una famiglia povera ma onesta. Le favole che si raccontano ai bambini terminano sempre bene. Una casa e una famiglia e il padre che torna dal lavoro in bicicletta. Per farsi riconoscere, zufola leggero una melodia complice da lontano. E i bambini che lo sentono gli corrono incontro. Vorrebbero tenerlo perché non riparta il giorno dopo. La madre che sa bene come finirà la storia non dice nulla e guarda fuori. I bambini migranti non si interessano alle cartine geografiche. In cambio conoscono a memoria come si declina la fame e la sete. Sanno che le favole finiscono quando vissero insieme felici e contenti.

Niamey, marzo 2014