È imminente l’ufficializzazione di una profonda riorganizzazione in casa Rai: nasce Rai Commerciale che accorpa al suo interno quasi tutte le realtà che “portano soldi” facenti capo all’azienda. Fuori solo Rai Canone e – ovviamente – Rai Pubblicità. La notizia che fa scalpore è la morte, a causa di questa operazione, di Rai Net. La motivazione ufficiale è molto convincente: non serve più una struttura separata per occuparsi del digitale; qualsiasi struttura Rai da oggi in poi dovrà iniettare nel proprio Dna una strategia digitale sintetizzando nuovi meravigliosi prodotti e servizi concepiti per funzionare nello schema multipiattaforma che è ormai una realtà consolidata. Perfetto. Quindi tutto in Rai da oggi sarà concepito per funzionare nel mondo della distribuzione digitale e dell’engagement social. Le attuali teste facenti capo a Rai Net verranno in parte trattenute nella nuova struttura a presidio dei contratti esistente ed in parte “distribuiti” nelle varie strutture aziendali.

Sembra tutto sensato e perfettamente in linea con i tempi. Peccato però manchi un pezzo fondamentale per chiudere il quadro. Manca, infatti, nel nuovo disegno un presidio editoriale e di ricerca e sviluppo a supporto di progetti all-digital esistenti e – soprattutto – di nuova concezione. Nel piano, infatti, è previsto che la Rai abbandoni YouTube a favore di una internalizzazione della distribuzione; aprendo però le porte al packaging di canali ad hoc da destinare a terze parti (YouTube inclusa). E ancora: è previsto che si esplori e quindi implementi un’offerta Pay Tv che dia la possibilità all’abbonato di sottoscrivere servizi all-you-can-eat (con fee mensile stile Spotify) per avere canali tematici all-digital, extended catch-up (mesi invece dei soliti 7 giorni), accesso completo al materiale delle Teche (per le quali è stato stanziato un budget significativo per la loro definitiva digitalizzazione entro il 2020).

Insomma il programma di Rai Commerciale è quello di monetizzare con servizi Pay i contenuti esistenti e – magari – contenuti creati ad hoc solo per il digitale. La distribuzione potrà avvenire direttamente dai siti Rai, su siti di terze parti (YouTube) o utilizzando in white label piattaforme Pay già esistenti (ad es. quella di Chili). Ha tutto molto senso. Ma alla domanda chi presidierà la parte editoriale dei progetti all-digital e chi farà ricerca e sviluppo per tenere l’offerta sempre all’avanguardia la risposta è sempre la stessa: un grande e sonoro non si sa. E non si sa non perché non si voglia rivelare, non si sa perché pur coscienti del problema non si è per il momento cercata una soluzione. La tecnica è sempre la stessa: prima partiamo e poi risolviamo i problemi. Forse è l’unico modo per cambiare veramente certi meccanismi ormai arrugginiti. Certo è che c’è da sperare che a questa criticità venga data pronta risposta. Che venga ad essere concepito e quindi creato un presidio editoriale e di ricerca con dentro le competenze giuste. Solo questo potrebbe dare una reale prospettiva ad una strategia che per il momento convince solo sulla carta.

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