Mano a mano che la distribuzione dei 7,5 miliardi di euro nelle buste paga più magre inizia a chiarirsi nelle modalità in cui il Governo pensa di effettuarla, aumentano i dubbi circa gli effetti sostanziali e soprattutto circa l’equità sociale.

Stando al ministro Poletti, l’intervento potrebbe essere effettuato mediante l’aumento delle detrazioni fiscali per lavoro dipendente oppure mediante la riduzione dei contributi previdenziali a carico del lavoratore; il ministro ha anche confermato (come già si sapeva) che i redditi da pensione ancorché di entità equivalente a quelli da lavoro dipendente non beneficeranno del bonus.

L’approccio del Governo alla questione del potere di acquisto dei cittadini fa acqua da tutte le parti: non garantisce la desiderata spinta all’economia, non ha i connotati di un intervento equo, in assenza di vere riduzioni di spesa per finanziarlo costerà allo Stato un bel po’ di tasse e, se effettuato mediante la riduzione dei contributi, costituirebbe un’ulteriore stortura del sistema previdenziale italiano che è già molto inquinato da interventi assistenziali, da logiche redistributive fuori luogo e da omaggi elargiti nel tempo a molte categorie.

Andando per ordine: se da un lato non v’è dubbio che una maggiore disponibilità di risorse per i redditi più bassi si risolva con larga probabilità in maggiori consumi, non è affatto detto che tali consumi contribuiscano alla nostra ripresa in termini di maggiori posti di lavoro; infatti noi non consumiamo beni in base alla loro provenienza ma in base a ciò che ci possiamo permettere e, in assenza di competitività delle nostre imprese, è assai probabile che gli 80 euro mensili finiranno in consumi di prodotti stranieri; volendo stimolare la produzione e creare maggiori opportunità di lavoro, sarebbe convenuto indirizzare i 7,5 miliardi di risorse verso  la riduzione dei costi di produzione dando respiro alle aziende; se anche tutte queste, rese più competitive, avessero semplicemente aumentato le loro esportazioni, senza che i consumi interni crescessero, il beneficio in termini di posti di lavoro sarebbe stato tangibile e con esso avremmo avuto più cittadini occupati e quindi messi in grado di consumare.

Il provvedimento non ha neppure alcun connotato di equità, anzi è pesantemente discriminatorio; lo è primariamente perché mentre professa il (giusto) concetto che si debbano sostenere i redditi più bassi da lavoro dipendente, discrimina i pensionati e qui qualcuno dei nostri ministri dovrebbe spiegare perché sia corretto aiutare un lavoratore dipendente con reddito da 1.500 euro al mese e non anche un pensionato con assegno dello stesso importo; mi pare che le problematiche di fine mese siano eguali per ambedue. Inoltre c’è un effetto secondario che penalizza ulteriormente i pensionati (non solo quelli a basso reddito) ed è l’effetto inflattivo di azioni che incentivano i consumi; poiché gli adeguamenti delle pensioni sono scarsi (per quelle basse) o inesistenti (per quelle medie e alte), ogni manovra che incrementi i consumi spingendo i prezzi in alto e che non adegui corrispondentemente (all’inflazione reale e non a  quella Istat) tutti i redditi, ne penalizza in modo scientifico una parte.

Attraverso una discriminazione diretta e una indiretta, il provvedimento è quindi duplicemente settario.

Se i dieci miliardi di euro necessari a finanziare questo provvedimento non deriveranno esclusivamente da riduzione di spese dello Stato, è conseguente poi che verranno tutti o parzialmente prelevati da redditi più alti. Se questo ha una logica di equità ridistributiva pone però due problemi: spostare una massa di reddito da retribuzioni elevate a retribuzioni più basse comporta una perdita secca di fiscalità (aliquote alte che vengono sostituite da aliquote basse) che in assenza di altre misure, significa più debito pubblico. L’alternativa è prelevare dai redditi elevati un lordo più alto di quanto si va a erogare ai redditi bassi, in modo da mantenere inalterato il gettito fiscale, ma questo significherebbe di fatto non aumentare nel complesso le capacità di consumo dei cittadini che è uno degli obiettivi dichiarati del Governo. Nonostante mezze smentite, il Governo sta ponderando la riduzione della spesa attraverso prelievi sulle pensioni; in questo modo la perdita di fiscalità sarebbe compensata dal minore esborso netto dello Stato, anche se è pacifico che per erogare a saldo zero 7,5 miliardi di euro ai redditi bassi con aliquota media diciamo al 24% occorre prelevare dalle pensioni con aliquota media al 36 % circa 9 miliardi di euro; sia però ben chiaro a tutti che per realizzare 9 miliardi di euro dalle pensioni bisogna agire anche sulle pensioni di ferro e di latta che sono quelle che, dato il loro numero, garantiscono un gettito degno di questo nome; anche qui si intravede un’equità selettiva e cioè un’iniquità.

Infine, la riduzione dei contributi come forma di erogazione sarebbe un ulteriore “colpetto” a sani criteri previdenziali in quanto pianifica di sbilanciare il rapporto tra contributi e prestazioni; considerando che siamo appena passati a un sistema contributivo puro, non è il massimo e ennesimamente, mescola assistenza e previdenza, esattamente l’opposto di quello che si dovrebbe fare.

Insomma, un provvedimento che coniuga due massime della saggezza popolare: “di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno” e “il diavolo sta nei dettagli”.