Mi tocca tornare a parlare di scuola. Se non altro perché ormai– a chi come me nella scuola ci lavora – sembra proprio di essere imbarcato su una nave senza nocchiere, o, peggio, che al timone si siano messi degli strani tizi, evidentemente privi di quello che Gramsci chiamava “senso comune”. Perniciosissimi.

Mi riferisco a due cose.

Innanzi tutto all’idea deleteria e peregrina di anticipare ad aprile (avete letto bene, ad aprile!) i test di ammissione all’università. Vi risparmio la lunghissima solfa, che molti di voi già conosceranno, su quanto sia meschino e anticostituzionale limitare l’accesso all’università ai nostri giovani.

Sarebbe più sano (e democratico) ammetterli tutti e poi, se davvero se ne sente la necessità, fare i conti con il loro profitto a fine anno: ci direbbe molto di più sulle loro reali capacità e motivazioni della roulette a crocette a cui devono sottoporsi oggi, con quesiti che spesso hanno poco a che fare con le loro scelte culturali.

Ma ora questa novità sfiora il delirio. Come faranno i nostri allievi, che già dovranno a giugno affrontare un esame di maturità, a preparare in parallelo anche i test di ammissione? Cos’è, un dispetto sadico per complicare ancora di più la vita di noi docenti delle superiori a cui certo i problemi non mancano? Che senso ha? Che fretta c’è? Cos’è, una dimostrazione della nuova organizzazione, dell’aria nuova che ha portato il Ministero Renzi?

Povera scuola italiana: sempre dalla padella nella brace?
Non vi basta aver fatto macerie dei nostri stipendi, dei nostri edifici, della nostra dignità, dovete fare a pezzi necessariamente anche la nostra didattica?
Non vi basta aver limitato l’accesso dei nostri ragazzi all’università, sottoponendoli a inutili e fallaci test, come fossero pezzi di fabbrica?
Devono anche farlo con il cuore in gola?
Vi bocciate da soli, gentili nocchieri, o dobbiamo farlo noi?

Si è costituito da pochissimo un Coordinamento nazionale per opporsi a questa demenziale decisione, che danneggia con evidenza inoppugnabile la nostra didattica e i diritti dei nostri allievi di prepararsi con serenità tanto all’esame di maturità, quanto a quello di ammissione alle facoltà universitarie. Iscrivetevi tutti, è faccenda di vitale importanza!

E poi l’idea, invero singolare, del neo Ministro su come premiare il cosiddetto ‘merito’, parola magica che d’incanto risolverà – com’è noto da decenni – tutti i problemi della scuola. Anche in questo caso vi risparmio i prolegomeni sulla ‘meritocrazia’. Stiamo al sodo. Chi decide chi è meritevole e dunque guadagnerà un po’ di dindi in più? Sulla base di cosa? Problema tanto arduo che non mi risulta fosse stato sinora risolto.

Ma ora l’idea risolutiva è venuta al Ministro Giannini: a decidere saranno i Presidi, sulla base di non si sa bene cosa: “I dirigenti scolastici dovrebbero avere l’autonomia per farlo e si dovrebbero assumere la responsabilità delle loro scelte” dice la Giannini. Nessuna responsabilità centrale e tanto potere a chi amministra in loco. Peccato che non ci dica chi controllerà i controllori. Piccoli Re crescono, si potrebbe dire, parafrasando un titolo, anche se saranno nudi nessuno lo dirà! Ottimo, così quel poco di libertà didattica che ancora sopravvive tra i banchi andrà a farsi benedire del tutto. Ogni Preside premierà i propri yesman e via così.

In cosa tutto ciò garantirebbe la qualità dell’insegnamento? Pare piuttosto una norma fatta apposta per garantire la qualità della tranquillità di Lorsignori di fare quel che gli pare di ciò che rimane dell’istruzione pubblica italiana.
E se invece per qualche anno ci lasciassero da soli? Perché non facciamo la prova?
Senza Ministri, senza Presidi e senza i loro yesman, senza test Invalsi e inutili indagini sulla “produttività” (quando mai una scuola deve essere produttiva? Ma hanno un’idea vaga del significato delle parole che adoperano, Lorsignori?)

Solo noi e i nostri studenti, in scuole non pericolanti, magari non cablate, né digitali, ma che stiano in piedi, con qualche fondo in più, anche per noi che così possiamo comprarci qualche libro in più senza lesinare sulla pizza settimanale e sulle braghe dei figli. La nostra voglia di insegnare, la loro voglia di apprendere.
Ci organizziamo da noi, sulla base del senso comune. E ai colleghi dell’università i nostri allievi li cederemo a settembre, magari un po’ in ritardo, ma con tanta serenità e cultura in più.

Che ne dite? Si può fare?