Matteo Renzi sulla riforma del Senato: “dice ai suoi: ‘per me l’importante è il costo zero, risparmiare un miliardo. Sul resto, sono aperto a tutte le soluzioni’.”

Salvatore Settis scrive su Repubblica: “Da una settimana all’altra la Patria è salva se si aboliscono le province, se chiude il Senato, se si smontano i Beni Culturali. Questa voglia di rottamare tutto e tutti, spacciata per moderna, non ha niente di nuovo…  Da sempre chi ci governa gonfia la P.A. di… nuove strutture… con una mano, con l’altra la delegittima perché lenta, pletorica, inefficace… La politica… delegittima lo Stato per asservirlo a sé… Con la riforma del pubblico impiego (1993) la dirigenza è stata precarizzata, i concorsi per merito sono l’eccezione e non la regola, la competenza è esiliata… La politicizzazione del vertice si estende alla periferia, con assunzioni dettate dal patronato politico, non da quello del merito… Tutto contro la Costituzione (artt 97-98). Lo Stato svaluta se stesso,… [poi] s’invoca l’intervento dei privati, inteso come supplenza a uno Stato in ritirata.

Matteo Renzi: “Le Soprintendenze sono un intralcio!”.

Eugenio Scalfari (cit. Settis): “Cultura, ricerca, beni culturali… Non sono spese bensì investimenti che, per loro natura, non possono essere interrotti senza causare nocumento e deperimento gravissimi. La condizione in cui versano da anni le nostre Soprintendenze è quanto di più misero si possa immaginare: sedi ridotte al minimo, sedi vacanti da tempo… [Il risultato sono] abusi continui che hanno devastato il nostro territorio, lasciando deperire monumenti di importanza mondiale, occultando il mare con una cortina edilizia che ne ha confiscato la pubblica fruizione… Da qui l’esigenza di una politica di tutela e valorizzazione che sia unificata nei poteri e nelle competenze; tale unificazione non può avvenire che in capo allo Stato, il solo che sia depositario di una visione generale”.

Lontano da Roma, in certe fortunate province del Nord, forse non ci sono sempre idee chiare sulla drammatica partita in corso in altre zone del paese e a ‘Roma’, intorno al ruolo dello Stato. Perciò è opportuno riflettere sul declino dell’Italia. È determinato dall’eccesso di Stato, o dalla sua carenza? A monte, c’è un sistema politico troppo intralciato da regole, istituzioni e controlli, o troppo propenso ad ignorarli? A monte della crisi del sistema politico, c’è una Costituzione obsoleta, che intralcia il decisionismo, o c’è una Costituzione “aggirata” (Cassese) dai politici? A monte della Costituzione, c’è un popolo troppo ribelle nei confronti dei politici al potere, indisciplinato, o un popolo troppo sottomesso agli abusi dei potenti – in barba alle Leggi e alla Costituzione -, costretto per sopravvivere a seguirne l’esempio ogniqualvolta è possibile (in barba al senso civico)? È nato prima l’uovo o la gallina?

Infine: come interrompere la miriade di circoli viziosi che alimentano il gorgo che ci risucchia? Dov’è il punto d’attacco?