C’è una sorta di damnatio verbi nella vicenda che ha colpito Alessandra Mussolini. Per cominciare, essa è una maledizione onomastica. Nonostante il reato imputato al marito, Mauro Floriani, è il cognome di lei a rimbalzare dalle testate nazionali e locali fino ai social network e qui l’accusa è implacabile: non solo ha sposato un (presunto) sporcaccione, ma non ha vigilato sul sacro nucleo familiare di cui si è fatta paladina. E non è tutto.

Questo maleficio non è un esilio dalla memoria, anzi, la recupera, ritaglia dichiarazioni ufficiali e gliele sbatte in faccia, all’Alessandra nazionale, creando un doppio contrappasso, per analogia e opposizione, che sottolinea l’inferno nel quale è.

In primis: gli strali contro le famiglie omogenitoriali, dipinte come inadeguate o immorali, stanno ricadendo sulla sua vicenda personale. Un’accusa fuori luogo, a parer mio, perché scegliere la persona con cui vivere la tua vita non dovrebbe essere una colpa. Rilanciando questo tipo di critica non si fa altro che perpetrare un atteggiamento di cui le famiglie fatte da gay e lesbiche sono state vittime. Si diventa come lei. In altre parole: non è Mussolini a dover rispondere delle accuse rivolte al marito. Lei deve rispondere della sua omofobia che, semmai, è grave di suo e non diventa più pesante per quanto accaduto al suo matrimonio. 

Emerge però un dato inequivocabile: la famiglia normativa, eterosessuale e possibilmente cattolica almeno nel contesto italiano, non è affatto garanzia di buon esempio di fronte alla comunità sulla quale si vuole imporre come modello unico di costruzione sociale. La nipote del duce ha marchiato, a priori, i genitori arcobaleno di indegnità e adesso quell’accusa torna indietro sotto il marchio di un’infamia concreta. E la nemesi assume anche la dimensione del paradosso. Perché sono diverse voci, e proprio del mondo LGBT – un caso tra tutti, il civatiano Daniele Viotti – a ricordare alla società tutta che ad attaccare la “donna” Mussolini, recuperando 
immagini di nudo e accompagnandole con insulti sessisti non si fa un favore a quella visione del mondo che vorremmo più inclusivo e rispettoso di tutte le diversità. 
 
Così come la pasionaria tutta cacio e pepe di ogni possibile partito di destra (anche estrema) ha attaccato la gay community, proprio da alcuni suoi esponenti arriva non tanto la solidarietà, quanto un invito generale a mantenere toni civili. Proprio per non essere di quella stessa pasta che ha portato la senatrice, in un passato più o meno recente, a proferire frasi come «meglio fascista che frocio», «io dico che sono non contraria, contrarissima all’adozione di un figlio, perché un figlio che vede due uomini che si rotolano in un letto!» e amenità simili.

Ancora, nella dinamica dell’uso linguistico trasformato in abuso verbale, faccio notare infine un vizio giornalistico che rende il fatto non solo tragico, ma irricevibile. La vicenda si lega a parole enormi, usate impropriamente.

Si parla così di “baby prostitute” e si relega il fenomeno al rango della pedofilia. Se sfogliamo un buon dizionario della lingua italiana, leggiamo che essa è la «perversione sessuale di chi riversa l’interesse erotico sui bambini, indipendentemente dal loro sesso». Questo non rende meno grave l’accusa a Floriani, ma ricordiamo anche che questo signore, innocente fino a prova contraria, rischia la galera non perché è andato con delle minorenni, ma 

perché le avrebbe pagate per far sesso con loro. E la differenza è enorme.
Ancora, non è accettabile l’insistenza dei media proprio sul concetto di “baby prostituta”, che infiamma gli animi, inorridisce gli occhi di chi legge, ma lascia immutato il sistema di potere che genera questo tipo di distorsioni sociali: la dimensione del maschile che sfrutta corpi e vite,  soprattutto quelle di giovani ragazze nella cui storia privata si è ingenerato un cortocircuito esistenziale.

Usando questi termini, infatti, il messaggio che passa è il seguente: i clienti saranno pure maiali, ma quelle sono pur sempre “mignotte”. Non dovrebbe essere il prostituirsi, in altre parole, la colpa. È approfittare di una minorenne che vende il suo corpo, il crimine. E non è la moglie di chi si macchia di certi reati a doverne rispondere, sebbene sia auspicabile – da adesso in poi, nel caso specifico – un doveroso silenzio nei confronti delle famiglie formate da gay e lesbiche. Dovremmo partire, tutti e tutte, da queste semplici evidenze.