Sono un gruppo di ragazzini alti meno di un metro e mezzo. Rincorrono un pallone arancione di plastica, un Super Santos, immaginando che l’asfalto sia un campo di erba: da una parte due pietre a fare da pali, dall’altra un cancello, che è poi la via d’accesso per il calcio, quello vero. A Trapani è un sabato pomeriggio di primavera, il vento ha il sapore di salsedine che viene direttamente dal mare, che qui circonda la città da due parti. Intorno allo Stadio Provinciale non si sente volare una mosca: solo quel pugno di bambini che rincorre un pallone, cercando di segnare in uno dei cancelli che da accesso all’impianto sportivo. Uno dei ragazzini è biondo, più basso dei compagni, accarezza la palla meglio degli altri e veste una casacca granata con il numero undici.

Lo stessa maglia vestita ogni fine settimana da un ragazzo un po’ più grande: si chiama Matteo Mancosu, viene anche lui da un’isola, la Sardegna, e da qualche mese è diventato l’idolo della città. Perché il religioso silenzio che circonda lo Stadio Provinciale vuol dire soltanto una cosa: il Trapani gioca fuori casa. E tutti, ma proprio tutti, non intendono perdersi un secondo di quel Latina – Trapani, che nessuno avrebbe mai immaginato come scontro d’alta classifica in Serie B. Fino ad oggi questa era solo la città dei misteri, delle saline, di Cosa Nostra. Nelle cronache nazionali la città di Trapani ci finiva per qualche scandalo, l’ultimo omicidio, un arresto. L’estremo punto occidentale della Sicilia non aveva nient’altro da dichiarare.

Poi il calcio che conta si ricordò dei trapanesi all’improvviso: quattro promozioni in sei anni hanno scaraventato la città del vento dall’inferno dell’Eccellenza al paradiso della Serie B. Un sogno che in appena un lustro ha dato dignità alla squadra granata nella storia calcistica nazionale. Per trovare un precedente bisogna andare indietro alla stagione 1994-95, quando con Ignazio Arcoleo seduto in panchina, il Trapani sfiorò la promozione in B. Fu il passo più lungo della gamba e nel breve volgere di qualche anno, i granata tornarono ad affogare nelle serie minori. Quella di oggi però è un’altra storia: perché le gambe il Trapani le ha mantenute più o meno simili a quando disputava i campionati minori. Dopo anni di crisi e fallimenti sfiorati a rilevare la società è arrivato Vittorio Morace, armatore napoletano, per tutti semplicemente ‘il capitano’, proprietario della Ustica Lines, società di aliscafi che copre le rotte tra Napoli e Pantelleria.

In mezzo c’è proprio Trapani, città che a Morace ha donato la cittadinanza onoraria. L’armatore sul Trapani ha investito mantenendo chiaro un concetto: se non si vuole affondare, la nave Trapani deve veleggiare leggera. Come dire: per non andare in bancarotta, bisogna evitare le spese faraoniche. E in tempi di conti sempre in rosso, il bilancio del Trapani parla da solo: uno stipendio medio di 55mila euro all’anno, per un monte ingaggi totale inferiore al milione. Cifre tra le più contenute dell’intera serie cadetta (e molto inferiore rispetto al salary cap fissato a 300mila euro) , più simili a quelle delle serie inferiori, che non permetteranno probabilmente d’ingaggiare calciatori con nomi altisonanti. Ma del resto a Trapani i campioni hanno imparato a fabbricarseli in casa.

Alcuni vestono la maglia granata sin dai tempi della Eccellenza: dal calcio come hobby del week end e un lavoro normale in settimana, sono passati a giocare contro le grandi. Lo sa bene Nino Daì, oggi di professione terzino, a Trapani dal 2006 che si è ritrovato a vestire la fascia di capitano nel match di Coppa Italia contro l’Inter, quando i granata fecero prendere un bello spavento agli ex campioni di Europa. Nella città siciliana però hanno trovato fortuna anche ex giovani di belle speranze, ormai arresi a una carriera anonima. Come Mancosu, che si è ritrovato quasi a sorpresa capocannoniere della serie cadetta con 19 gol: un bottino inaspettato che fa della punta ormai ventinovenne uno dei gioielli più contesi del calciomercato.

“L’esplosione di Mancosu? Merito di chi sta in panchina” spiegano i tifosi più fedeli, quelli che vanno in curva da sempre. E in panchina a guidare il vascello veloce chiamato Trapani, siede dal 2009 Roberto Boscaglia, cinquantenne dalla faccia rotonda, che prima di arrivare qui era titolare di un’onesta carriera da allenatore delle serie inferiori: Eccellenza, Serie D, campi polverosi conditi dall’aspirazione di fare lo psicologo. “Ho lavorato per anni in una casa famiglia – ha raccontato – dove ho visto scene che non dimenticherò mai. Ho parlato con persone che avevano tentato il suicidio. Sono pieno di difetti ma conservo un pregio: so ascoltare. I calciatori sono ragazzi normali. E’ compito della società accompagnarli in un progetto serio”.

Riferimenti calcistici? “Mi identifico con i coach inglesi” spiega. Sarà per questo che si è guadagnato sul campo il soprannome di ‘Ferguson del Trapani’: dalla D alla cadetteria, dove il gioco avvolgente di mister Boscaglia, fatto di geometrie e pressing, ha portato i granata in piena zona play off. Sarà che forse a Trapani hanno imparato a sognare e non hanno più voglia di smettere, oppure più banalmente che avere una società dai bilanci sani, in un calcio malato di miliardi, alla fine paga, fatto sta che oggi il Trapani è quinto, a undici punti dalla capolista Palermo e in piena zona promozione. “Se pensate che il Palermo veniva a giocare qui le amichevoli infrasettimanali e oggi siamo lì, capite bene cosa stiamo vivendo” sognano i tifosi. Profumo di promozione in Serie A? Nessuno osa pronunciare quella parola, fanno gli scongiuri, mentre dalle parti dello Stadio Provinciale, un boato squarcia l’aria tranquilla di primavera: il Trapani batte il Latina per uno a zero. A mettere in rete la palla del vantaggio ci ha pensato al minuto novantuno Giuseppe Pirrone, un ragazzo della provincia, di Alcamo, un altro di quelli che dopo un passato nelle serie minori al grande salto non ci credeva più. Nello stesso momento quel gruppo di ragazzini abbandona la strada dalle parti del Provinciale per andare a festeggiare l’ultima vittoria: senza zavorre e con i conti sempre in ordine, il vascello leggero chiamato Trapani continua la sua corsa.

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