Negli ultimi dieci anni, i repentini cambiamenti nelle modalità di considerare la morte hanno determinato una conseguente sensibile modifica di come vengono avvertite dall’attuale società le tematiche ad essa connesse, resa ancora più incisiva dalla diffusione di convegni, tavole rotonde e dibattiti, da pubblicazioni e blog, dalla necessità di approntare adeguata formazione professionale.

Questo comunque non impedisce che, nonostante ora non la si neghi o la si cerchi di occultare, la morte ci terrorizzi ancora e forse ancora più di quando si credeva di non poterne parlare. Se da un lato vi è il coraggio di rendere esplicito il problema, dall’altro ci si rende conto di non essere in grado di affrontarlo. Argomentare su una situazione comune a tutti, ma difficile e oltretutto così inevitabile e definitiva, ne rende spiacevole e scomoda la visione generale. Ma è importante che la si affronti e se ne parli e il libro di Marina SozziSia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita (Chiarelettere, 2014) aiuta a riflettere e ad accettarla come un evento naturale, imprescindibile, parte indissolubile dell’essere vivente.

Anche se ciascuno di noi condivide con gli altri momenti di gioia e di dolore, non è scontato che comunque l’abitudine a parlare apertamente della morte, consenta in egual modo la condivisione dei sentimenti legati ad essa. E quindi quanto occorre ancora intraprendere per una nuova cultura in grado di ricomprendere la morte nella vita?

La necessità di dare parola alle pagine del saggio nasce dall’esperienza vissuta dall’autrice quando scoprì che un tumore maligno sfidava la sua vita. La guarigione dalla malattia portò a una visione completamente diversa della sua esistenza, che non fu più la stessa: perché la consapevolezza della fragilità aveva fatto di lei una persona più saggia, più matura, ed incredibilmente molto più felice.

I capitoli del libro raccontano anche il delicato tema della fine della vita, con le riflessioni etiche insite e di quanto sia fondamentale la volontà della persona di fronte a scelte e decisioni radicali.

Marina parla soprattutto di “buona morte”, di cure palliative per farle conoscere alle persone che desiderano morire in una dimensione umana, dando un senso alla loro esistenza, più sopportabile per chi va e chi resta. Ci spinge a rendere più leggera la vita, dove felicità e morte, che a uno sguardo superficiale sembrano essere agli antipodi dell’essere umano, si trovano legate da uno stesso sottile fil rouge.