C’è uno snodo imprevedibile nel risiko delle nomine ai vertici delle società pubbliche in scadenza, secondo vero banco di prova per il governo di Matteo Renzi dopo l’infelice esordio con i sottosegretari indagati. Il 31 marzo, la camera di consiglio del Tribunale di Rovigo porta a sentenza il processo Enel Bis che vede imputati, insieme ad altri ex dirigenti, anche Paolo Scaroni e Fulvio Conti, oggi in corsa per il quarto mandato ai vertici di Eni ed Enel. E il calendario giudiziario, fatalmente, finisce per incrociare quello politico.

L’accusa è di inquinamento e disastro ambientale doloso per l’omessa ambientalizzazione della centrale termoelettrica di Porto Tolle. Il pm Manuela Fasolato ha chiesto 5 anni per l’ex ad Scaroni (oggi al vertice dell’Eni e sotto inchiesta a Milano per corruzione internazionale) e 3 per l’attuale amministratore e direttore generale Fulvio Conti. I loro nomi potrebbero essere indicati nella lista che il ministero dell’Economia comunicherà il 15 di aprile, insieme alla rosa dei nuovi candidati alla guida dei colossi pubblici. Da più parti erano anche indicati come i più utili a cementare l’intesa sulle riforme tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, che li nominò a suo tempo. Che farà ora Renzi, se li tiene o li rottama? Un’eventuale condanna dei manager, va detto, non comporterebbe un’automatica causa d’ineleggibilità che scatterebbe solo al terzo grado di giudizio. E tuttavia, a sole due settimane dal rinnovo, li rendere degli “impresentabili”, offrendo così al Pd l’alibi per non pagare dazio al Cavaliere.

Sentenza e giro di nomine, tutto in una manciata di giorni. La doppia partita si gioca anche sul filo del tempo. Il collegio difensivo – capitanato dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino – ha tempo fino al 24 di marzo per presentare memorie e documenti con cui confutare ulteriormente gli argomenti del pm e delle parti civili. “Nelle ultime settimane ne abbiamo depositate diverse, stiamo valutando se integrarle”, confidano ermetici i legali. Uno slittamento della camera di consiglio, manco a dirlo, sarebbe provvidenziale per i loro clienti.

Il pm chiede anche l’interdizione perpetua per Scaroni, cinque anni per Conti. Ma anche in questo quello che conta è il terzo grado di giudizio. I due manager non incorrerebbero neppure nelle ulteriori restrizioni introdotte dal governo Letta per reati che comportino “pregiudizio all’onorabilità e professionalità” con la direttiva del Tesoro del 24/6/ 2013: quelli contestati – disastro doloso e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro – non rientrano nelle fattispecie individuate (reati societari e contro il patrimonio). L’Avvocatura dello Stato ha avanzato poi richiesta di risarcimento per 3,6 miliardi, con provvisionale di 983 milioni. Anche in questo caso sola sentenza definitiva è causa di incompatibilità.

C’è poi il nodo prescrizione. Scaroni ne ha già beneficiato nel primo processo Enel, quello celebrato ad Adria per i reati di emissioni moleste, danneggiamenti e violazione della normativa sull’inquinamento atmosferico dal 1996 al 2004: condanna in primo grado per violazione della normativa sulle emissioni, assoluzione in appello e condanna definitiva in Cassazione nel 2011, quando il reato però era prescritto (restano le conseguenze patrimoniali che la Corte d’Appello civile di Venezia sta quantificando).

Spostando l’imputazione dall’ambiente alla salute il processo di Rovigo alza la posta in gioco. Anche stavolta, però, il rischio prescrizione è dietro l’angolo. Se la Corte riconoscerà il dolo i reati contestati si prescriveranno in 15 anni. Se invece riconoscerà la colpa in sette anni e mezzo che, tra appello e Cassazione, significa prescrizione certa e biglietto da visita lindo per un altro giro di giostra. Se poi i due manager dovessero proprio scendere – per ragioni giudiziarie o politiche – planerebbero comunque sul velluto grazie a un paracadute a sei zeri. In caso di mancata conferma Scaroni riceverà un assegno dall’Eni da 8,3 milioni di euro, Conti 6,4 dall’Enel. Premi di consolazione niente male, soprattutto in caso di condanna.

Da Il fatto Quotidiano del 19 marzo 2014