Dopo una deludente performance iniziale da neo Presidente del Consiglio, con un discorso programmatico in Senato che non ha convinto, la comunicazione di Renzi è tornata a stupire grazie alla sua scoppiettante presentazione delle riforme con tanto di slide, il cui “eco è arrivato fino a Berlino”.

Ma per il nuovo Premier sono iniziate anche le prime missioni internazionali. Dopo pochi giorni si è ritrovato nel bel mezzo di una crisi internazionale da guerra fredda, poi il primo vertice a Bruxelles e la visita a Hollande ma soprattutto alla Merkel. E se quando si gioca in casa è più facile vincere, in trasferta il discorso cambia. Niente compagni di partito e stampa compiacenti. Come si è comportato il comunicatore Renzi negli affari esteri?

Visto che parliamo di comunicazione ne rispettiamo le regole: prima le lodi e poi le critiche.

Nella sua prima uscita a Bruxelles a inizio marzo ha messo a segno un bel colpo dicendo: “Basta con il costante refrain italiano per cui si dipinge l’Europa come il luogo dove veniamo a prendere i compiti da fare a casa”. Una mossa degna di un esperto comunicatore dato che non ha fatto questa dichiarazione davanti alla Merkel, in una conferenza congiunta o al tavolo con lei o altri leader europei. L’ha fatta a Bruxelles certo, ma in una stanza coi soli giornalisti italiani. La Merkel non aveva idea di cosa avesse detto Renzi e lui si è ben guardato dal farsi beccare.

In Italia invece è arrivato un messaggio forte: “Renzi bacchetta l’Europa”, Renzi a Bruxelles: “Non prendiamo compiti a casa”. Mentre ufficialmente, ai tavoli, non si è parlato di questo, ma della crisi ucraina. Renzi ha trasmesso una leadership forte senza compromettere i rapporti con l’Europa. Una buona mossa se, quando parliamo di comunicazione, ne misuriamo la qualità in base al solo effetto che produce e non ai reali contenuti.

Stesso discorso al Tg5 un giorno prima dell’incontro a Berlino dove ha dichiarato: “Non siamo gli alunni da mettere dietro la lavagna, siamo l’Italia”. L’indomani a Berlino ci aspettavamo un Renzi risoluto.

Infatti, nella conferenza stampa, proprio accanto alla cancelliera tedesca, Renzi coraggiosamente dichiara: “L’Italia deve smettere di pensare che le riforme vanno fatte perché ce lo chiede Bruxelles o Berlino o altre capitali. Le facciamo perché sono giuste per noi”. Sì, gliel’ha detto in faccia. Gli slogan sono partiti, i titoli sono fatti, il messaggio in Italia è arrivato forte e chiaro.

Poi, la minoranza che va oltre i titoli, che si prende la briga di cercare di capire di cosa si stesse parlando, scopre che poco dopo il Premier ha più volte difeso la sacralità dell’Europa: “L’Ue non è la causa ma la soluzione dei problemi. Quei partiti che lo dicono sbagliano”; che non facciamo certe riforme perché ce lo impone Berlino, ma perché le condividiamo pienamente: “Le regole ce le siamo date insieme e sono importanti” e “l’Italia non chiede di sforare i limiti di Maastricht“, ma intende “rispettare tutti i limiti”.

Renzi ha trovato così il modo di pronunciare la frase ad effetto solo apparentemente dura con la Germania, stupendo gli italiani e senza incrinare i rapporti con la Merkel. Una mossa efficace visti gli applausi ricevuti al suo rientro in patria.

Molto meno abile si è dimostrato nella gestione della crisi ucraina. Sempre parlando puramente in termini di comunicazione, la vicenda in Crimea è stata una grande occasione persa per Renzi. L’occasione per dimostrare di essere il leader di questa nazione seppur non eletto. Poteva riscattarsi e togliersi di dosso una colpa che lo marchierà a vita, quella di non essere passato dal voto. Prendiamo l’esempio del suo mentore Obama.

Obama nel 2012 approfittò di un’altra crisi imprevista, l’uragano Sandy, per recuperare punti allo scadere della campagna elettorale contro Romney. In quell’occasione dimostrò di essere il comandante in capo degli Stati Uniti d’ America. Il Presidente americano annullò gli impegni in giro per la nazione, le apparizioni pubbliche e si chiuse nella situation room della Casa Bianca a coordinare le operazioni e i soccorsi mentre si faceva fotografare in pose da comandante sotto la bandiera americana. Cosa che piacque molto anche ai repubblicani.

Renzi, che poteva dimostrare di meritare di stare al comando nonostante non fosse passato dal voto, di essere il leader forte che tanto piace agli italiani, non ha approfittato ugualmente della crisi con Putin.

Poteva tenere subito una conferenza stampa dove esporre la posizione italiana, magari inseguendo meno la Germania. Avrebbe potuto fare propri i punti tedeschi (come ha fatto pienamente a livello economico), dicendo che fosse la Germania ad essere allineata con noi e non come in conferenza stampa dove il massimo che ha detto al riguardo è stato: sull’ Ucraina c’è “totale intesa con la cancelliera Merkel”.

Poteva sentire telefonicamente Obama, il quale l’aveva già chiamato per complimentarsi della sua nomina a Presidente del Consiglio, magari esponendo “3 punti“, come è nel suo stile, sui quali l’Italia è irremovibile con la Russia. Punti che già si sapeva sarebbero stati condivisi dagli Usa, ma che in Italia, proprio come il presunto bacchettamento all’Europa, sarebbero arrivati come iniziativa di Renzi.

Avrebbe potuto lasciarsi andare anche in dichiarazioni piuttosto forti senza temere conseguenze, data la posizione di scarso rilievo che ha l’Italia in questa crisi diplomatica.

Berlusconi nello sfruttare crisi di questo tipo per mettersi in mostra è maestro e non ha nascosto la sua impazienza anche in questo caso. Renzi per ora riesce ad impressionare solo gli italiani