Ogni passo è lento, quasi goduto, avverto tutta l’intima piacevolezza del non avere fretta, ho il pomeriggio libero, voglio stare a quel che succede, non programmare niente. Cuore e respiro, all’unisono nel mio petto, chiedono ed ottengono spazio per la semplice voglia di camminare e viversi i colori della giornata primaverile che, sceso dal treno alla stazione di Firenze di ritorno da Roma, mi sono visto esplodere incontro. I venditori di rose, soliti aggirarsi di notte nelle strade della città, in cerca di coppie a cui vendere il fiore, sfidano la luce del sole, dislocati in vari angoli delle vie. Sgargianti mimose in abbondanza sostituiscono le solite rose. Bellezza che si sostituisce a bellezza nei nuovi incastri della bella stagione. Il giallo domina, l’intensa luce del mattino scalda.

E’ la Giornata Internazionale delle Donne, alcuni si ostinano ancora a chiamarla festa, cogliendone solo l’aspetto superficiale, fosse diversamente probabilmente non sarei stato invitato a partecipare in mattinata ad una trasmissione Rai per parlare delle tematiche di genere e non svolgerei la professione che svolgo. Se l’obiettivo è stimolare la sensibilità e le capacità di riflessione della gente comune, questo significa che non abbiamo ancora raggiunto questo traguardo.

Mi dirigo verso casa, unico inconveniente il trolley che mi tiene occupato una mano, per il resto mi concentro sull’atmosfera, la sento nutritiva. C’è elettricità negli sguardi delle persone, nei loro movimenti, nei loro abiti più leggeri.

Sento piangere poco più avanti: è una bambina, la vedo, avrà quattro o cinque anni, vicino a lei un uomo ed una donna che posso supporre siano i genitori. Lei sembra a disagio di fronte alle pubbliche lacrime, lui, proprio mentre gli passo accanto, esclama: “Ora le do quattro ceffoni e vediamo se non smette di piangere!” Nel linguaggio comune di solito i ceffoni sono due, lui ne preferisce quattro.

Mi lascio la primavera e il pianto della piccola alle spalle ed entro prepotentemente nelle mie riflessioni.

La bimba potrebbe realmente smettere di piangere con quattro ceffoni? Ne dubito. Il tono dell’uomo è stato sprezzante, eppure sono convinto che quel padre voglia un bene dell’anima alla figlia.

“Volere bene al proprio figlio” e “fare il  bene del proprio figlio” sono due cose diverse, strade che sembrano convergere, ma che, se sovrapposte, possono  portare a un deragliamento. Esserne consapevoli fa la differenza. Facile pensare di poter far coincidere il proprio benessere con quello dei figli, evitando finché possibile il momento della separazione, che paradossalmente si accelera quando un figlio non è libero di essere se stesso: bramerà prima  libertà ed indipendenza, se non troverà costrizioni più forti di lui alle quali dovrà cedere.

Quanto è difficile essere genitori! Quante volte un padre o una madre devono sacrificare parti di loro per dare modo che quel che lasciano in eredità al mondo possa vivere, maturare e percorrere, con la sua unicità di individuo, la sua strada! Un genitore ama i propri figli. Un sentimento costante che però è umano dovrebbe lasciare spazio anche a rabbia e frustrazione, perché il suo compito è una professione a tempo pieno di cui si hanno principalmente solo le istruzioni ricevute come figlio, tendendo a ripeterle, dimenticandosi magari di quanto, ai tempi, non si nutrisse sempre simpatia per certi metodi ed atteggiamenti. L’affetto della mamma e del papà era innegabile, niente  poteva andare in altra direzione. Se davano uno schiaffo era ben meritato oppure, con il senno di poi, anche se avessero esagerato in certi contesti, sono esseri umani, non santi e i bambini fanno i capricci e sanno essere snervanti. Si giustifica senza comprendere. La violenza non è un metodo educativo, ma (s)compensativo, va a riempire dei vuoti in modo disfunzionale.

Quanto è difficile rompere una catena, interrompere lo stile educativo ricevuto, ottenere qualcosa senza l’utilizzo della forza e della paura?

Così quattro ceffoni possono sembrare essere la migliore soluzione nell’immediato, a volte ne basta solo la minaccia, il bambino sa. L’insofferenza del figlio si rannicchia in qualche remoto angolo per poi riesplodere chissà dove, chissà come, chissà quando con un genitore che, a un certo punto, improvvisamente, non sarà in grado di capire cosa sta succedendo al loro rapporto. Riflettere sul figlio che si è stati può aiutare a comprendere il genitore che si è diventati.

Quando lavoro con gli uomini che si sono resi responsabili di violenza sui figli, creare e rinforzare il collegamento tra il loro bambino e il bambino che sono stati fa scattare qualcosa, la violenza prende un volto, la si può nominare.

Nel frattempo sono arrivato a casa, penso che devo mettere tutto questo per iscritto, lasciarne traccia, l’ultima domanda senza risposta e mi avvio alla tastiera: “Che fine avranno fatto le lacrime della bambina?…”