Che cosa è rimasto dell’omaggio felliniano a Leonida Répaci ne La Dolce vita? Chi riconoscerà oggi il vecchio leone calabrese, fondatore del premio Viareggio, che compare nel film, al party del produttore, e viene presentato come un grande scrittore che però non se la tira ed è sempre alla buona? Certo: teniamo presente che diversi scrittori hanno rifiutato l’invito a recitare nel peggiore dei ruoli: se stessi. “Non bisognava apparire”, ha spiegato Arbasino.

Seguendo le tracce del prequel di Fellini, anche Paolo Sorrentino ha reclutato diversi personaggi della vita reale che non è più tanto dolce e forse non è neanche più vita. Non alla maniera borgatara dei neorealisti, ma in quella di una pellicola che deve guardare più in alto e altrove, verso le terrazze: per raccontare la marginalità e la mondanità, due poli opposti, si pesca sempre molto nel vero. A parte Venditti nel ruolo di Venditti, ci sono i due editor di Einaudi Stile Libero, Paolo Repetti e Severino Cesari. Repetti appare solo per un attimo nel ruolo di un rabbino con kippah in testa, mentre Cesari, meno mondano ma fondamentale per il lavoro sui testi, si vede più a lungo nel ruolo del poeta triste e silenzioso che sta con la direttrice di giornale nana.

Con quest’ultima si apre il capitolo del film à clef, della trama a chiave dove i personaggi non sono reclutati a recitare nella parte di se stessi o affini ma gli attori ricordano personaggi reali. Difficile credere che all’occhio talentuoso di Sorrentino sia sfuggito che Patrizia Avoledo, storica direttrice di Donna Moderna, sia appunto di statura non superiore. Nel film manda Jep Gambardella a fare il “reportage” all’isola del Giglio e la macchina da presa si allontana da Roma per vedere nel terso inverno tirrenico il relitto definito mille volte metafora dell’Italia arenata.

Oddio: nelle redazioni il frusto e retorico termine di reportage non si sarebbe mai usato. L’understatement più scazzato domina e un articolo si chiama al massimo “pezzo”, finanche “testicolo”, se breve, come vezzeggiativo. Ma l’improvvisa e grandiosa sequenza della nave vista dall’alto fa dimenticare certi dettagli infimi per addetti ai lavori e livori. E il protagonista? E Jep Gambardella? I flashback scintillanti e dolorosi, tra motoscafi e amori perduti, ricordano Ferito a morte e di conseguenza lo scrittore blasé e disincantato Raffaele La Capria, gagà letterario trapiantato a Roma. Che però, a differenza di Jep, non si è fermato al primo romanzo, anche se non è più riuscito a ripetere il successo dello Strega e di recente ha emesso un amaro bilancio esistenziale sul mestiere di scrivere in Italia e relativi scarsi ritorni in termini di vendite.

A raccontare personaggi esistenti bisogna fare attenzione e Anna Maria Ortese si è fatta molti nemici descrivendo gli intellettuali partenopei nel bellissimo Il mare non bagna Napoli. Ci sono inoltre personaggi, come la intellettuale progressista interpretata da Galatea Ranzi (che a Hollywood Party ha detto “non lo dirò mai a chi è ispirato il personaggio, ma Sorrentino mi ha dato indicazioni precise…”) che potrebbe contenere riflessi sul grande schermo di diverse firme (almeno due) di quest’area culturale: non useremo l’abusatissimo termine di radical chic. Secondo l’estro personale c’è chi ci può vedere, chessò, quella famosa giornalista di sinistra ma anche tutte le altre o nessuna o addirittura un po’ se stessi. Come in certe geometrie anamorfiche. Raccontare così l’Italia contemporanea, Cafonal di Dagospia più Fellini, la grande bellezza e la grande bruttezza insieme, come nella vita, richiede una notevole dose di coraggio per le inevitabili critiche che ti attiri addosso di chi sa come davvero vanno le cose lassù sulle terrazze.

Il gioco di questo labirinto di specchi si può al limite invertire e Verdone, per una volta malinconico e non comico, ricorda qualcuno ma più di tutti se stesso, con le sue fragilità e incertezze e ipocondrie. Sicuramente il copyright di una Roma, cardinalizia e mondana, dove tutti fanno finta di amarsi ma in fondo non si sopportano, va attribuito a Il piacere e D’Annunzio, per dire, faceva pure il giornalista mondano nei primi tempi. Certe sue descrizioni da coazione al sublime ricordano l’immaginifico film di Paolo Sorrentino, e peraltro il romanzo è stato appena ritradotto in inglese senza censure da Penguin. La biblioteca proibita del sugar daddy di Elena Muti, con tavole di necrofilia, la donna con la patata pelata che si son fatti tutti quelli del giro di Andrea Sperelli (prima della ceretta brasiliana), potevano entrare anche ne La Grande Bellezza, dove pure Roma trasuda tedium vitae dai pori del travertino.

Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2014