Non ricominciamo con la solita tarantella: se Tasi deve essere, la paghino tutti, senza le solite esenzioni clericali. La Tasi, infatti, è una tassa sui servizi, come l’illuminazione e la pulizia delle strade, dove il principio dovrebbe essere “chi usa paga”. Molto semplice, ma non in un Paese dove il Cupolone è abituato a guardare dall’alto verso il basso i palazzi del potere.

A leggere i giornali di oggi sembra di essere tornati ai tempi dell’esenzione Ici per gli enti ecclesiastici, con una rincorsa al privilegio dove a rimetterci siamo noi cittadini.

Che ci siano 25 edifici vaticani che non pagano la Tasi, ahinoi, è già stato confermato dal Governo. Un primo regalo che non era affatto dovuto, contrariamente a quello che la Presidenza del Consiglio vuol far credere. Su tutto il resto, cioè edifici di culto e altre proprietà degli enti ecclesiastici, regna l’incertezza. E come la storia insegna, incertezza in questi casi equivale in un “liberi tutti, non paga nessuno”.

Secondo il Corriere della sera solo gli edifici di culto saranno esentati e per il resto saranno i singoli Comuni a decidere il da farsi.

Il Messaggero, sempre ben informato su mattone e Vaticano, è emblematico: l’edizione di sabato prevede l’esenzione dalla Tasi solo per gli edifici di culto mentre l’edizione di domenica annuncia la marcia indietro del Governo Renzi: “Il dossier è al centro di una attenta valutazione dei tecnici del Ministero dell’economia”. Tradotto: per le altre proprietà degli ecclesiastici varrà il principio per cui la Tasi sarà dovuta solo dalle porzioni di proprietà con utilizzo commerciale. Sempre che si ricordino di dichiararlo, of course.

Avvenire, giornale della Conferenza episcopale italiana, conferma il dietrofront governativo e ci informa che secondo “fonti di Palazzo Chigi tornerà la distinzione tra gli immobili destinati ad attività commerciali –sui quali si pagherà la Tasi – e gli altri.” Ecco, sarebbe bello che quelle “fonti di Palazzo Chigi” prendano un nome e un cognome e lo spieghino anche a noi.

Una cosa è certa: fermo restando quello che dirò dopo sugli edifici di culto, non c’è alcuna ragione per cui gli edifici di proprietà degli enti ecclesiastici debbano essere esentati, compresi quelli dove non si svolge un’attività commerciale. Scusate, ma che differenza c’è tra la casa in cui dorme il vescovo con quella in cui dorme mio padre? O tra l’ufficio del vescovo e quello dove lavora mio padre? Esattamente nessuna, entrambi fruiscono dei servizi comunali e quindi entrambi devono pagare (e i Comuni farebbero bene però ad offrirli davvero questi servizi…).

Dunque, non è tollerabile che si operi l’ennesima discriminazione clericale che costringerebbe mio padre a pagare ed il vescovo no.

Eccetto gli edifici di culto, tutti gli altri immobili di proprietà degli ecclesiastici paghino la Tasi come tutti noi, senza truffaldine distinzioni, come quelle che per anni sono state fatte prima sull’Ici e poi sull’Imu.

Su questo il Governo Renzi faccia chiarezza subito.

E per favore ci eviti analogie con l’Imu: la normativa del Governo Monti volta ad escludere l’esenzione perlomeno ad alcune attività commerciali – nata sotto la pressione della Commissione europea e dell’opinione pubblica spinte dalle denunce dei Radicali – è stata di fatto neutralizzata semplicemente non adottando il regolamento attuativo.

Quanto agli edifici di culto, posso comprendere l’esenzione da Tasi e Imu, ma deve comunque esserci una tassa specifica che valga anche per tutti gli immobili che rivestono analoga funzione sociale. Altrimenti sarebbe un incentivo ad accumulare patrimonio e consumare territorio: negli ultimi 20 anni sono stati spesi quasi 2 miliardi di euro delle nostre tasse per costruire nuove chiese con annessi e connessi. 

Ps: Anticipo l’obiezione che spesso viene del variegato mondo no profit, dove spesso si rivendicano le medesime esenzioni. La mia idea, in questo caso, è che solo gli enti esclusivamente di beneficienza possano avere agevolazioni in quanto tali. Tutte gli altri devono pagare le tasse, con lo Stato che aiuta non gli enti ma i servizi che offrono, privilegiandoli ed eventualmente finanziandoli attraverso gara.