Io sono un sostenitore della gerarchia. Ho lavorato per 40 anni in una Procura della Repubblica e molti problemi arrivavano dalla resistenza dei Sostituti ad accettare gli ordini dei capi, soprattutto in tema di organizzazione ma, talvolta, anche di gestione delle indagini. Siamo autonomi e indipendenti – dicevano – lo ha stabilito la Costituzione; che in buona sostanza voleva dire: facciamo quello che ci pare.

Anche io ho ragionato così per un 25 anni, tutto il tempo in cui sono stato Sostituto Procuratore. Quando sono diventato Procuratore Capo ho capito che era una stupidaggine: nessuna struttura, pubblica o privata, può funzionare senza un’organizzazione che disciplini tempi e metodi di lavoro; e il ruolo del capo consiste, anche, nell’evitare che chi vi lavora faccia cose sbagliate. Se non vi sta bene – questo dicevo ai miei Sostituti – cercatevi un’altra Procura. Poi, può anche succedere che il Capo sia un venduto o un incapace e allora lo denunciate e rendete un servizio alla collettività. Non mi hanno mai denunciato e nemmeno se ne sono andati, ma la guerra hanno continuato a farla; io ho resistito e c’è stata pace armata.

Racconto tutto questo per spiegare perché – secondo me – Grillo ha ragione. Il partito è suo; ma proprio suo, niente di democratico come elezioni, segreterie, probiviri, comitati di presidenza etc. Non a caso tutti li chiamano grillini: è una realtà percepita da tutti; senza Grillo il M5S non esisterebbe. Lui ha un suo programma; io non capisco quale sia e sospetto che non lo capiscano nemmeno i grillini, ma comunque i suoi parlamentari stanno lì per fare quello che gli dice il Capo. E chi non è d’accordo, fuori. Se ne vadano o, visto che lo posso fare (a differenza di un Procuratore della Repubblica), vi caccio. È vero, Grillo dice che non è lui a cacciarli, è la Rete. Ma siccome la Rete è un gregge senza testa dove non contano argomenti, cultura, professionalità ma (come in Tv) demagogia e presunzione, è ovvio che i 20.000 che hanno urlato che i dissidenti dovevano essere cacciati non hanno espresso un’opinione ma un’adesione fideistica alla volontà del Capo.

C’è poco da scandalizzarsi, comunque: la “disciplina di partito” è regola comune in politica; perché tutti sanno benissimo che ci possono essere forti contrasti interni ma, alla fine, la lotta con gli altri partiti impone un fronte comune. In caso contrario si perde e – in breve tempo – si sparisce.

Detto questo l’espulsione è – a mio parere – un fatto molto positivo. A essa ha fatto seguito il malessere di altri dissidenti che – pare – sfocerà in dimissioni. Se questo malessere si estenderà; se aumenteranno di numero i parlamentari M5S dotati di cultura e preparazione professionale e dunque intolleranti di un populismo che può solo sostituire alla corruzione della precedente classe politica l’impreparazione e la superficialità dei nuovi arrivati; se si costituirà un nuovo soggetto politico caratterizzato dall’unica caratteristica positiva del partito fondato da Grillo, la lotta al malaffare e al conflitto di interessi della politica; se questo nuovo soggetto politico avrà anche le qualità che nel M5S sono drammaticamente assenti: responsabilità, realismo, cultura politica e istituzionale; se tutto questo davvero succederà; avremo finalmente un’alternativa.

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2014