Un amico come Roberto Perrone, giornalista sportivo del Corriere della Sera e scrittore di buoni libri, mi fa un raccontino illuminante. Dice: sai, ho ultimato un romanzo per ragazzi e l’ho consegnato alla casa editrice. È la storia di un bambino che ha la passione per la pallanuoto e che vuole assomigliare al più grande campione di tutti i tempi. Al mio editor ho girato anche il titolo: “Il bambino che voleva diventare il Caimano”. A questo punto, per me appassionato di sport (e di pallanuoto) quel titolo dice già tutto. Il Caimano è evidentemente Eraldo Pizzo, il più grande pallanotista mai apparso sulla faccia della terra, che quel soprannome portò per tutta la sua fantasmagorica carriera. In questo caso ci starebbe  bene anche un “belìn”, perché parliamo della grande terra ligure e della squadra storica di Eraldo Pizzo, la Pro Recco.

Il seguito del raccontino forse ve lo sarete già immaginato. Perrone, che è ligure e ha sposato una fanciulla di Recco, viene raggiunto da una telefonata del suo editor che gli illustra la Madre di tutte le perplessità: “Sai Roberto, quel titolo ha certamente una sua forza. Ma ha anche un grosso problema: appena evochi la parola Caimano la gente pensa subito a Berlusconi non alla pallanuoto. Quindi pensiamoci su”.

Ecco, pensiamoci su. La prima cosa che viene in mente, sul piano del marketing editoriale, è che quel titolo è perfetto proprio perché sommamente equivoco. Vederlo sugli scaffali di una libreria e comprarlo sarebbe un tutt’uno. Ma in realtà, le perplessità della casa editrice ci portano da un’altra parte, la solita parte. Che riflette la nostra scarsa capacità di autonomia, la poca capacità di non farsi comunque condizionare dalla figura ingombrante del Cav., dalla sua storia, dall’idea che pensare a lui come il vero, unico e originale Caimano non è neanche più un possibile equivoco. È semplicemente la tragica realtà. Con buona pace di Eraldo Pizzo.

Intanto ricordiamo, per quelli che non lo sanno, chi fu a chiamare in quel modo il Cavaliere nel 2002: il professor Cordero, giurista insigne e scrittore, che lo paragonò al simil coccodrillo con una buona dose di realismo (rettile e politico). Quell’accostamento convinse pienamente anche Nanni Moretti, che titolò proprio Il Caimano il suo film su Berlusconi.

Ma se restiamo alla pallanuoto, alla libera interpretazione di un romanzo, al rispetto per un grande campione come Eraldo Pizzo, è decisamente malinconico che si debba cambiare un (bel) titolo perché un Caimano moderno ne ha sovrastato (e rovinato) la memoria. Questa è la storia dei vent’anni infiniti, che peraltro non sembrano ancora terminati visto che l’amico Fritz è stato (ri)miracolato da Matteo Renzi e ora si gode dall’interno il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Ma le domande che è lecito porsi sono altre: ci poteva essere un modo più intelligente di opporsi al Caimano o a un certo antiberlusconismo becero non ci sarebbe stato comunque scampo? E con un’opposizione più riflessiva e meno scioccamente impetuosa e unilaterale, lui, il Cav., si sarebbe spento prima? 

Sta di fatto che la nostra vita è stata intrisa di lui. Se guardiamo indietro, si ricordano questioni allucinanti: se si potesse lavorare per una delle sue aziende, senza essere considerati dei venduti, se si potessero pubblicare libri con le sue plurime case editrici, se fare la spesa alla Standa fosse eticamente sostenibile, se dare uno sguardo anche distratto al Grande Fratello avesse il significato di un’autentica deriva etica, se il maledettissimo tifo rossonero dovesse subire una moratoria fino al momento in cui il Nostro si fosse stancato del Milan (tafazzismo al quadrato, avendo vinto in lungo e in largo per il mondo un numero infinito di trofei) e molto, molto, altro.

Nei primi anni ci siamo spinti sempre più in là, in un certa intolleranza a sfondo ideologico, talmente in là che quando si è trattato di chiedere davvero il conto su questioni di autentica sostanza (per esempio, nel momento in cui un esercito di battone lo aveva totalmente risucchiato in un gorgo inestricabile, privandolo completamente della padronanza dei mezzi psichici e fisici da Presidente del Consiglio, e spalancando un problema sicurezza di portata epocale), la politica non è riuscita a imporgli nulla, dovendo subire persino il comico affronto della nipotina di Mubarak.

Oggi che è ancora un arzillo vecchietto, e in prossimità del suo terzo matrimonio, gli capiterà forse di pensare a noi italiani. A quanto ci ha sfiniti, a quanto siamo (stati) coglioni, e, soprattutto, a quanto ci deve.