Oggi sono rimasto sette ore chiuso in una casa. Abbiamo provato ad evitare uno sgombero ingiusto in uno dei quartieri più belli della città del sole: S. Elia, borgo vecchio. Ci siamo riusciti. Ma rimane un sapore di rabbia, di non raggiunto.

S. Elia, borgo vecchio. Quella S. Elia in cui Pasolini, tanti anni fa, tentò di stabilire un rapporto giocando a pallone coi sottoproletari che tanto somigliavano a quelli che ben conosceva a Roma. S. Elia del 2014 non è quella di Pasolini, ma tanto rimane.  A S. Elia oggi non c’è più la scuola media, perché tutte le mamme che possono portano i loro figli a scuola in altri quartieri. Così non avranno la nomea del quartiere, e forse riusciranno a prendere il diploma. La scuola elementare quest’anno non ha raggiunto i numeri per avere la prima. Se non l’avrà neanche l’anno prossimo, chiuderà anche quella. In un quartiere di diecimila abitanti, dove il tasso di fertilità è più alto della media, è possibile?

Nella scuola elementare di S. Elia abbiamo concentrato i fondi anti-dispersione e le attività extrascolastiche. Non abbiamo ottenuto i risultati sperati, ma ci stiamo provando. Abbiamo aumentato le attività culturali che dialogano col quartiere, e stiamo costruendo ponti. Ma tutto sembra dannatamente più forte di noi, una amministrazione comunale in mezzo alla tempesta del neoliberismo. Il governatore Pigliaru potrà fare molto, e lo aspettiamo fiduciosi.

Anna, la chiameremo così, viveva in quella casa dal 1996. Ha quasi cinquanta anni, è invalida al 100%, e continua a vivere perché la accudiscono le sorelle. I servizi sociali la conoscono da quando è una ragazzina. Sanno tutto. La sua colpa è essere stata la convivente, e non la sposa, di una persona di una famiglia importante del quartiere. Che oggi vuole la casa indietro. Per stupidi errori dell’amministrazione comunale il giudice è costretto a dare ragione a chi ragione non ha. Anna rischiava di rimanere per strada, senza un posto dove andare.

Anna non è un caso isolato. Immaginate la vita di interi quartieri, quelli i cui abitanti, per età e per status, vanno poco su Twitter. Quelli di cui si parla solamente per la cronaca nera. In quei quartieri la questione abitativa è scoppiata da anni. C’è chi vive negli scantinati, chi occupa le scuole, chi va in crociera e occupa lo stesso, chi spaccia e ha diritto alla casa e sottomette gli altri, e molto altro. C’è chi vive in sette in 45 metri quadri, e chi vende la propria casa popolare per 10.000 euro, la abbandona alle sei e alle otto è occupata dai nuovi inquilini.  

Cagliari non è un caso isolato. Si vedano le foto dei senza tetto in Spagna e Grecia. Volete qualche numero? Nel 2012 in Sardegna gli sfratti sono aumentati del 77% rispetto all’anno prima, e tutti i dati lasciano pensare che il trend sia lo stesso per il 2013 e 2014. Solamente a Cagliari, su 150.000 abitanti, abbiamo 7.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica, e 1.100 famiglie in graduatoria ma senza una casa. Più di 500 famiglie sono disposte a stare in una casa senza gli standard abitativi minimi (case parcheggio). Alla precarietà abitativa si somma, terribile, la precarietà sociale e lavorativa. Il ceto medio affonda, i proletari annegano. Ed i sotto proletari?

L’elemento più terrificante, antropologico, che dà il senso di una mentalità che cambia, è un altro. In una grande metropoli se una donna viene molestata per strada capita che nessuno se ne accorga e nessuno intervenga. Oggi a S. Elia, nel rione che era dei pescatori, dove tutti si conoscono, pochissimi si sono fermati. In una casa si consumava un dramma, ed attorno la vita andava avanti come se nulla fosse. Qualcuno si fermava, in pochi chiedevano, quasi nessuno rimaneva. Ogni dramma sociale, collettivo, anche quando è di un singolo, ormai coinvolge solamente la sfera privata. Ogni umano si sente libero di fare contemporaneamente altro, di non interessarsi.

Ma uno stupro o mettere per strada una moribonda è questione che interessa le dirette interessate e basta? Per il fantastico occidente di oggi, sì.

Oggi erano là una manciata di militanti politici. Conosco centinaia di persone che si dicono di sinistra che potrebbero essere state là, ed invece sono rimaste a bisticciare tra di loro sui social network. Per carità, tutto utile. Ma poi perché ci lamentiamo che il popolo non ci vota?