A soli 28 anni Matteo Cocco è uno dei più giovani direttori della fotografia presenti con un lungometraggio all’ultima Berlinale, Brother’s Keeper del tedesco Maximilian Leo. Lo stesso primato lo aveva raggiunto qualche mese prima al Festival di Venezia, dove aveva co-firmato (con il regista Philip Gröning) quel La moglie del poliziotto vincitore del Premio speciale della giuria. Toscano di nascita, ma romano d’adozione, Matteo è tanto apprezzato e cercato all’estero quanto risulta sconosciuto in Italia. E dire che la sua formazione professionale è più che mai italiana, ovvero quel Centro sperimentale di Cinematografia che dal 1935 ad oggi ha insegnato “il mestiere” a talenti del calibro di Michelangelo Antonioni, Pietro Germi, Alessandro Blasetti, Alida Valli, Dino De Laurentiis, Vittorio Storaro, Liliana Cavani, Claudia Cardinale, Marco Bellocchio, Francesca Archibugi, Francesca Neri, Paolo Virzì, Alba Rohrwacher e tanti altri.

“Per tre anni, dal 2005 al 2008, ho studiato al Centro pagando una retta analoga a quella dell’università pubblica. Nelle nostre classi però eravamo solo in sei. Siamo stati costantemente seguiti e guidati affinché uscissimo dalla scuola pronti per lavorare. Su di noi, così come su tutti gli altri studenti del Centro è stato fatto, e si continua a fare, un importante investimento che spesso si rivela a fondo perduto”. Finito il Centro, per Matteo le opportunità di mettersi all’opera sono state poche: qualche pubblicità, serie tv, cortometraggi indipendenti, molto raramente da direttore della fotografia: “Non ci si fida di un direttore della fotografia troppo giovane e se lo si fa è soprattutto per sfruttarlo ed offrirgli compensi minimi”. Ecco quindi l’idea di emigrare. “Già mentre studiavo mi ero guardato intorno e non avevo visto direttori italiani sotto i quarant’anni. Complice una relazione con una ragazza tedesca ho iniziato a fare su e giù con la Germania, Colonia per la precisione, una delle città tedesche più ricche e giovani dal punto di vista delle iniziative e dagli stimoli culturali. Ogni volta che salivo mi iscrivevo ad un corso di tedesco. Imparare bene la lingua era fondamentale, non tanto per la mia relazione, che nel frattempo finiva, ma per potermi aprire a nuove opportunità lavorative. Dopo sei mesi ho cominciato ad evitare l’inglese e a comunicare solo in tedesco. Nel frattempo mi sono impegnato a frequentare sempre persone e luoghi dove si potesse parlare di cinema. Ho lavorato sul networking ed ho così conosciuto giovani attori, attrici, registi e produttori che poco a poco mi hanno coinvolto nei loro progetti. Nel 2008 mi sono definitivamente trasferito in Germania“.

Da lì, una lenta, ma continua crescita professionale. “Ho realizzato cortometraggi, documentari e preso parte ad altri progetti, stavolta però sempre quasi sempre da direttore della fotografia e pagati il giusto. Probabilmente l’essere italiano mi ha aiutato: in un campo artistico l’incontro tra diverse sensibilità viene visto in maniera positiva, ma ho anche avvertito più fiducia intorno a me. Se sei bravo, qui se ne accorgono. Il regista Philip Gröning veniva dal successo internazionale di Il grande silenzio, quando ha deciso di ingaggiarmi per il suo successivo film, quello che sarebbe diventato La moglie del poliziotto. Avevo solo 24 anni. Poco dopo Denis Dercourt, un regista francese che nel 2006 ebbe un discreto successo anche in Italia con La voltapagine, mi ha scelto per il suo primo film in lingua tedesca Zum Geburtstag, uscito lo scorso 8 gennaio in Francia. E da lì in poi, per fortuna, ho sempre avuto offerte di lavoro, compresa, è cosa di qualche giorno fa, quella per un documentario in Italia. Forse accetterò. Certo, ogni volta che mi presento sul set i primi giorni di lavorazione di un film anche in Germania mi capita di intercettare sguardi da ma tu chi sei? da parte del resto dei tecnici. Non si aspettano che un direttore della fotografia possa essere così giovane, ma una volta dimostrato che conosco il mestiere, l’età non diventa più motivo di interesse”.

Nostalgia dell’Italia? “Se guardo ai ragazzi che hanno studiato con me al Centro sperimentale nessuno attualmente ha diretto film da direttori della fotografia, ed alcuni di loro hanno completamente abbandonato il cinema. Si sono stancati di essere rimbalzati da un sistema che, anche quando li accoglie, li tratta come gli ultimi arrivati, come se dovessero ringraziare per avere avuto un’opportunità. E’ un peccato che una scuola che a livello di didattica funziona bene come il Centro sperimentale poi non venga valorizzata dal mercato e si sia costretti ad andare all’estero per farsi apprezzare. Purtroppo, e lo dico con rimpianto, l’Italia oggi non sa valorizzare prima di tutto se stessa”.

(Foto di Peter Hartwig)