All’apparenza è il solito scandalo, la solita Calabria, i soliti interessi connessi, dominanti e immarcescibili. Invece, il divieto di andare in edicola imposto al quotidiano l’Ora della Calabria a causa di una notizia fastidiosa per il senatore Antonio Gentile, dominus di Cosenza e distributore spietato delle speranze di chi là vive, interpella non solo la coscienza di tutti gli italiani, dei giornalisti soprattutto. Chiama noi del Fatto Quotidiano più di altri in causa, perché ci ricorda come la radice della vita di questo giornale, la sua libertà da interessi economici e la sua indipendenza, il senso stretto del suo destino sarebbe un bene in qualche modo non esportabile, limitato, chiuso nel recinto. La vicenda ci dovrebbe indurre a pensare che si può solo testimoniare la libertà, ma non vederla avanzare ovunque. Ci sentiamo vicini ai colleghi calabresi, e naturalmente solidali col direttore Luciano Regolo che ha rifiutato di sottostare al diktat padronale (“togli dalle pagine quella notizia!”) nell’ora in cui siamo costretti a misurare la distanza che separa la Costituzione, il libro dei nostri diritti fondamentali e inalienabili (in questo caso l’articolo 21) e la vita quotidiana, il continuo, oramai svergognato modulo interpretativo delle regole: c’è chi comanda e chi ubbidisce. Chi s’arricchisce e chi si affama. Pare non esista speranza per un cambiamento e nemmeno l’illusione di una sua possibilità.

Invece – e per fortuna – la vicenda è stata svelata e il tributo che i colleghi calabresi hanno pagato per aver difeso il diritto a informare viene in parte compensato dalla speranza che questa vicenda contribuisca a irrobustire la linea della resistenza. A Cosenza, dunque, non è possibile scrivere su uno scandalo che coinvolge il figlio del senatore Antonio Gentile. E chi è costui? È il possidente di una larga fetta di voti, che detiene in comunione con suo fratello Pino, assessore alle Infrastrutture della Regione Calabria. È una delle famiglie forti della regione, e la loro dote è sempre offerta al campione di turno. I voti dei Gentile sono serviti a Berlusconi prima e ora sono nelle mani di Angelino Alfano. I voti non hanno odore né colore, vero? Non puzzano, non chiamano alla vergogna, anzi! Il senatore Gentile, memorabile la sua proposta di assegnare il Nobel per la Pace al Cavaliere (si era nell’epoca pre-olgettine) è in corsa per fare il sottosegretario, si dice alla Giustizia (sic!) del governo che è appena nato. Proprio questo qui, questo di Matteo Renzi, dell’uomo veloce, del fare in persona, di colui che vuole abbattere burocrazie e feudi, aprire a chi non ha diritti, sbattere le porte in faccia ai potenti di sempre. L’ipotesi è così concreta e plausibile da dimostrare nel dettaglio la misura della mistificazione, la falsità di una promessa pubblica. I Gentile, l’uno senatore l’altro assessore (con la figliola di quest’ultimo consigliere comunale e già vicesindaco di Cosenza) avanzano, e par di capire con ogni convinzione, la richiesta di mostrare all’Italia intera il proprio volto. Perciò questa apparente piccola vicenda calabrese è invece monumento dell’ipocrisia.

“Il cinghiale quando viene ferito ammazza tutti…”, dice De Rose, stampatore del giornale all’editore e al direttore per scongiurare la pubblicazione della notizia infelice. E chi è De Rose? Dapprima presidente della Confindustria, poi candidato a sindaco a Cosenza di Forza Italia, oggi presidente di Fincalabra, la finanziaria regionale. Immarcescibili poteri connessi mostrano come l’uno (l’industriale) apra la bocca per pronunciare le parole presunte dell’altro (il politico onnipotente). Il senatore cinghialone s’arrabbia e ammazza tutti! Se ci fosse un po’ di dignità, di rigore nei comportamenti e di rispetto della minima verità, la politica dovrebbe ribellarsi, il Senato condannare un atto così spregevole e persino l’onorevole Alfano rinunciare, se davvero questa è la sua idea, di proporre al presidente del Consiglio questo nome come sottosegretario. E se non fosse così Renzi dovrebbe rifiutare di firmare un decreto di nomina. La Calabria vive la sfortuna di essere sempre in minoranza. Minoranza dell’Italia ricca e minoranza anche in casa sua. Quella classe dirigente locale non avrebbe mai potuto avere la possibilità di dominare la scena pubblica se una porzione maggioritaria della società non fosse stata connivente, se il bene comune non venisse giudicato come una zucca vuota, un cesto rotto, una fanfaluca.

Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2014