Dicono che in Europa stiamo finalmente uscendo dalla crisi. In realtà solo pochi stati europei hanno un piccolo segno positivo, con la Germania in testa, ma registrano giusto qualche misero decimale di crescita, gli altri arrancano e basta. E se non fosse per la debole ripresina economica raggiunta recentemente dagli Stati Uniti, nemmeno la “ripresina” sarebbe stata possibile nella disastrosa strategia dell’austerity scelta dall’Europa.

Tra l’altro è anche utile mettere in rilievo che persino la “debole ripresina” americana è stata ottenuta solo con potentissime iniezioni di liquidità artificiale, ovvero con interventi di tipo monetario dalla banca centrale, non con vera crescita produttiva.

Tuttavia, a livello globale, quelli sono attualmente gli unici segnali di ripresa. Ma siccome la “manna” della Federal Reserve americana sta per terminare, tutti gli operatori della grande finanza sono coi nervi a fior di pelle in attesa di vedere le reazioni delle banche e degli speculatori alla nuova “dieta dimagrante” forzata.

Quindi, anche il cauto ottimismo sulla “ripresina” andrebbe preso con le pinze, perché in realtà sarebbe molto più prudente guardare anche ad altri segnali, quelli per esempio che vedono salire velocemente le probabilità di una nuova crisi globale scatenata ancora dalla massa incontrollata (o controllata troppo superficialmente) dei derivati finanziari.

Una crisi che potrebbe piombarci addosso dall’oggi al domani, e che stavolta niente e nessuno potrebbe fermare.

Ma forse è proprio quello che il capitalismo internazionale vuole per completare più in fretta il lavoro di “normalizzazione della globalizzazione”, cioè (per dare un’idea) un livellamento al minimo comune denominatore dei costi delle attività produttive.

Troppo alti oggi i costi delle attività produttive in Europa (soprattutto) e negli altri paesi industrializzati, rispetto a quelli dei paesi emergenti e di quelli sottosviluppati.

I mercati hanno bisogno di un margine operativo maggiore per tornare a fare cospicui guadagni che non siano semplici bolle destinate presto a scoppiare. È vero che le produzioni si spostano già molto rapidamente dai Paesi occidentali a quelli orientali e sud-americani, ma se spostare una fabbrica è, tutto sommato, abbastanza facile, creare tutto l’indotto che accompagna ogni sistema produttivo evoluto è molto più difficile e richiede molto più tempo. Perciò è utile operare in entrambe le direzioni, sviluppo di là e depressione di qua, per raggiungere più in fretta l’obbiettivo del mercato globale perfettamente interattivo.

Non sto facendo un racconto di fantasia o di fantascienza, è proprio quello che sta avvenendo, anche se nessuno lo dice, ed è sotto gli occhi di tutti.

Nessuno lo dice perché (forse) non c’è una precisa strategia a volerlo, ma succede per inerzia, è la forza troppo libera del libero mercato a creare questa situazione.

Che sia voluta o no, il fatto è che l’Europa si trova oggi proprio al centro di una spirale diabolica!

In soli due anni anni e mezzo, dal 2011, anno dell’inizio degli attacchi speculativi della finanza internazionale ai nostri debiti sovrani, l’Europa è passata da locomotiva economica mondiale a traballante consesso di Stati che non riescono più a trovare la strada della crescita.   

Ovvio che non si trovi la strada della crescita, la “spirale diabolica” (di cui sopra) assorbe tutta la crescita altrove. Anche se si inventa qualcosa di nuovo, il giorno dopo viene risucchiato dal libero mercato altrove per effetto del dislivello socio-economico esistente (vedi i recenti casi di Apple, Google, ecc.).

Non c’è una mente unica, ovvero una centrale operativa ad impartire gli ordini. Non c’è perché non è necessaria. Per arrivare a questo sfacelo è stato sufficiente lasciare ai capitali la libertà di muoversi come vogliono. I capitalisti e le banche hanno fortemente voluto questa libertà e l’hanno ottenuta in modo pressoché completo a partire dagli anni ’80, cioè dopo il crollo dell’ideologia comunista.

Le uniche regole che il mondo capitalista accetta sono quelle che proteggono il capitalismo dai suoi stessi eccessi e dagli imbroglioni, per il resto “chi fa da sé, fa per tre”. Quelli che non ce la fanno si arrangino, non è compito dei capitalisti preoccuparsi di questi problemi. E dato che i capitalisti di tutto il mondo sanno molto bene che per mantenersi intatta questa libertà devono avere sotto controllo la politica dei Paesi che li ospita, loro hanno già piazzato ai vertici di tutte (o quasi) le istituzioni e della politica uomini di loro fiducia, quindi nessuno, oggi, li può fermare.