Ora che Matteo Renzi diventerà novello Premier, avrà la possibilità d’imprimere la dovuta velocizzazione alle politiche di risoluzione dei problemi del paese anche nel settore ambientale, tradizionalmente arretrate e sostanzialmente improntate alla mera gestione (rectius indigestione) delle emergenze.

L’Agenda Italia, il canto del cigno dell’ex premier Letta, dedicava poche iniziative alla materia ambientale: dissesto idrogeologico, bonifica dei siti inquinati, tariffazione dei rifiuti, aumento della competitività del settore agricolo oltre al generale rimando all’Agenda Verde (un disegno di legge che rappresenta il collegato ambientale alla legge di stabilità). Progetti che rappresentavano una summa di notizie di cronaca e che non tracciavano un percorso netto e comprensibile di gestione delle emergenze ambientali ancora in atto.

In attesa di comprendere se l’agenda sarà sostituita da una che possa davvero mettere mano ai punti dolenti, possibilmente utilizzando il Parlamento nelle maniere e nelle materie regolate dalla Costituzione, si segnalano (senza alcuna pretesa di completezza) alcuni spunti che un Governo veloce e up to date dovrebbe considerare.

1) Una riconsiderazione dei rapporti tra ambiente e industria: l’industria, così come l’abbiamo fatta dal boom economico a oggi, non va più bene poiché finisce per comprimere oltremodo il diritto dei cittadini a conservare la propria salute e il dovere di consegnare alle nuove generazioni un ambiente vivibile. La politica industriale condotta sin qui ha sì creato posti di lavoro, ma dall’altra ci ha lasciato in eredità non-luoghi come Ilva, l’area ex industriale di Bagnoli, il Polo petrolchimico del siracusano, Porto Marghera, Tirreno Power di Vado, la ferriera di Trieste etc… Ne è valsa la pena? Secondo chi scrive no perché, come la crisi ci ha insegnato, le aziende cessano, i proventi economici si nascondono, ma l’inquinamento rimane, alla faccia del principio di diritto internazionale “chi inquina paga”.

2) Una riconsiderazione delle fattispecie penali che mirano alla salvaguardia del territorio (in termini di pene comminate) e una rete di controlli che possano davvero ridare ai cittadini fiducia nelle istituzioni. Secondo il pacchetto “ecoreati”, elaborato dalla Commissione giustizia della Camera, per il reato di disastro ambientale inteso come danno grave e irreparabile all’ambiente la pena dovrebbe essere compresa tra 5 e 15 anni di reclusione, mentre l’abbandono di materiale radioattivo “meriterebbe” una pena tra i 2 e i 6 anni. Per il diritto, dunque, arrecare un pregiudizio irreparabile all’ambiente varrebbe (in termini di pene comminate) meno di cagionare la morte di una persona ex art. 575 c.p.. Semplicemente irrazionale, anzi, ancor peggio, si tratta di un modo di pensare arcaico e superficiale.

3) Last but not least, un rinnovato rapporto con i paesi esteri “amici” improntato al rispetto reciproco: chi ha inquinato nel nostro paese deve contribuire a riparare secondo la propria responsabilità. Esempi:

  • Se nella Terra dei Fuochi sono seppelliti rifiuti termonucleari di provenienza estera, un paese rispettabile esigerebbe che alla bonifica partecipasse economicamente lo Stato di provenienza dei rifiuti.
  • Perché i nostri alleati americani non contribuiscono alla pulizia dei fondali in cui hanno scaricato nel dopoguerra e di ritorno dalle missioni in Kosovo migliaia di ordigni, anche chimici?
  • Secondo quale norma di diritto o accordo bilaterale le armi chimiche siriane dovrebbero essere smaltite (con un procedimento mai utilizzato prima) in acque internazionali vicine alle nostre coste?

Detto con uno slogan, servirebbe un “Environmental Act” per l’ambiente, che parta da un concetto semplice: lavorare un po’ sulla dignità del nostro paese che, da giardino che era, somiglia sempre più a un’aiuola spartitraffico.