Caro Furio Colombo,
per prima cosa le chiedo che cosa pensa di questa ” marcia forzosa ” di Renzi verso la Presidenza. Fra qualche ora avremo il verdetto, ma sono certo che lei avrà notizie molto più vere e analisi più profonde di quel che si apprende a mezzo stampa. 
Marco Caruso

Gravi fatti avvengono e dicono in tanti modi che c’è una rivoluzione in corso. C’è il rifiuto di accettare le istituzioni anche all’interno delle istituzioni. C’è una proclamata volontà di spezzare i legami, svincolandosi da tutti i limiti (leggi, regolamenti, prassi, Costituzione). Nessuno ne sa di più, neppure fra coloro che erano presenti nella stanza del Destino (detta anche Direzione del Partito democratico), non coloro che hanno parlato come leggendo un foglietto unico distribuito prima, o quelli che hanno taciuto e poi votato insieme l’estromissione del modesto ma fedele governo in carica, non si sa per conto di chi o per le ragioni di che cosa. Quel che sappiamo è ciò che vediamo, e che i giornali raccontano, per prudenza, in capitoli separati, come se fossero storie diverse che per caso convergono.

Ma, se letti insieme od osservati di seguito, questi fatti sono senza dubbio rivoluzionari, in una versione anarcoide piuttosto che ideologica. Il compito di questa rivoluzione non è un mondo nuovo, per quanto idealizzato o impossibile. Il compito è spazzare via il prima, comunque. Vi si impegnano leader che vengono da un lato e dall’altro della storia, tutti dentro lo spazio istituzionale che – prima del disastro – i cittadini consideravano “il potere” o per elezione o per nomina. Ma in questa scena niente conta niente. Il dovere (interpretato da diversi punti di vista, con storie diverse e mezzi più o meno adeguati) sembra la necessità di considerare il fattore tempo essenziale: adesso, subito.

Fare presto vuol dire vincere. Vincere cosa? Ti guardi intorno e noti il fatto unico di questa rivoluzione: non c’è popolo. È una rivoluzione da Camera (o da Senato, o da Palazzi alti). Fuori, un popolo abbandonato non c’entra, non conta, aspetta, e non è lambito dalla rivoluzione. Serpeggia, diffusa e più pericolosa di un incitamento alle barricate, la persuasione che quel mettersi le mani addosso nelle stanze affrescate, quello sbugiardare alle tre del pomeriggio il governo lodato e votato alle dodici, quell’identificare l’istituzione più alta (purtroppo con la sua partecipazione) prima nella fonte assoluta del bene, poi nel colpevole, che tutto ciò riguardi solo i protagonisti. Basta aspettare e vedere chi uscirà vivo e degno di attenzione, dalla rivoluzione in interni.

Esaminata caso per caso, la vicenda si complica, non si chiarisce. Per esempio, il rifiuto di partecipare alle consultazioni è ridicolo quando riguarda la Lega, che voleva solo far cagnara con i suoi pochi e disperati elettori e non avrebbe mai dovuto avere avuto il riscontro di una dichiarazione presidenziale “che si rammarica”. Rammaricarsi con Salvini, sapendo che è il partito di Borghezio, è certamente un errore che aggrava la confusione. Ma è sbagliato chiamarsi fuori per i Cinque Stelle, che sono tanti, rappresentano tanti, e in nome del voto chiesto (proprio per questo lavoro) e ricevuto, devono (devono) ascoltare e parlare e riferire.

Arriva invece Berlusconi, e qui avviene una confusione che pure dovrebbe essere facile da chiarire. La condanna non annulla milioni di voti. Giusto. Ma è vero anche il contrario: milioni di voti non annullano la condanna definitiva che prevede espulsione dai pubblici uffici. Sono due corsie separate. Berlusconi continuerà ad avere, in nome dei voti, tutti gli onori dai suoi. Ma, a causa della condanna e delle pene accessorie, non può avere onori dal Quirinale. Possibile che non glielo abbiano detto? Quanto a Renzi, il poderoso delfino non andrà al Quirinale perché lui si gode la giornata a Firenze. Ma non è lui che deve ricevere l’incarico di natura magica, dal momento che non passa dal voto? Lo sa anche lui che la sua improvvisa ascesa al potere non porrà fine alla violenta rivoluzione in corso nelle stanze del palazzo, squadre di deputati e senatori contro squadre di deputati e senatori (la prima rivoluzione della storia senza popolo). Come spiegare questa decisione, lui che non è né Salvini né Grillo ma, ci assicura, il loro contrario, lui che vuole apparire come lo Zorro della nostra sfortunata epoca?

Il popolo, estraneo e anzi escluso, si tiene alla larga e pensa ad altro (ai troppi problemi che nessuno affronta e nessuno risolve). Ed è probabile che manchino del tutto studi veri e sondaggi attendibili sui nodi per ora nascosti, di furore e di rivolta. Un vento di mutevolezza tra disorientamento e rabbia sposta continuamente gli umori. Il lavoro, la salute, i figli, i vecchi, i poveri, la classe media che precipita, il commercio che va in pezzi, una vasta deindustrializzazione che si allarga, tutto sembra avvenire in una scena resa più assurda dalla mancanza di suono, da un prolungato silenzio. Renzi, compare dunque accanto a una scena drammatica, e con una modesta lista di ministri, nomi e volti che non cambiano nulla, se si sta alle prime notizie. Certo ha buoni amici. Pensate al vigoroso attacco di Confindustria, che ha aperto, al momento esatto, l’offensiva contro Letta, e al miracoloso libro di Alan Friedman apparso giusto in tempo per dare un buon colpo di squilibrio alla traballante scena. Adesso tocca a lui, Renzi. Come sentite dire in televisione, “a lui piace il rischio”. Si ripete ciò che accadeva nei secoli: quando il re cambiava religione, tutto il popolo cambiava religione. Adesso viene chiesto a tutti noi di amare il rischio. Sono previsti dissensi.

Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2014