Un giudice al servizio della ‘ndrangheta. La cosca Bellocco chiedeva e Giancarlo Giusti rispondeva. Un magistrato corrotto, a disposizione delle famiglie mafiose, disposto a scarcerare ‘ndranghetisti dietro il pagamento di decine di migliaia di euro. Questa l’accusa che ha portato all’arresto il giudice Giusti con l’accusa di corruzione in atti giudiziari e concorso esterno in associazione mafiosa. Giusti era già sospeso dalle sue funzioni dal Csm e agli arresti domiciliari perché condannato a 4 anni di carcere nel processo che si è celebrato a Milano contro le famiglie Valle e Lampada

Su richiesta della Procura di Catanzaro (competente per le indagini sui magistrati del distretto di Reggio Calabria), il gip ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Giusti (che resta ai domiciliari dopo aver tentato il suicidio in carcere nei mesi scorsi) e di altri sei soggetti legati alla cosca della Piana di Gioia Tauro: Rocco Bellocco, Rocco Gaetano Gallo, Domenico Bellocco, Giuseppe Gallo, Gaetano Gallo e Domenico Puntoriero.

Proprio quest’ultimo, sedicente avvocato e socio in affari del magistrato, sarebbe stato il tramite tra la ‘ndrangheta e il giudice Giusti il quale avrebbe incassato 40mila euro come acconto di 120mila in cambio della scarcerazione di tre esponenti di spicco della ‘ndrangheta.

Era il boss Rocco Bellocco a dare le direttive ai familiari durante un colloquio in carcere: “Gli dici adesso se … si presenta questo Giudice… al Tribunale della Libertà… abbiamo probabilità …”. “Gli hanno dato 40mila euro per ognuno”. È una delle frasi che ha insospettito gli agenti della mobile. Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dal sostituto Vincenzo Luberto, è emerso che nell’estate 2009 la cosca ha pagato Giusti che, in qualità di relatore del Tribunale del Riesame davanti al quale i tre esponenti dei Bellocco avevano presentato istanza di scarcerazione, aveva annullato il provvedimento di arresto dell’operazione “Rosarno è nostra”. Una scarcerazione che poi è stata annullata a sua volta dalla Cassazione e ha spinto i Bellocco a chiedere la restituzione dei soldi.

“Le complessive risultanze investigative – scrive il gip nell’ordinanza – rivelano il concreto e consapevole contributo apportato da ogni singolo indagato, causalmente rilevante alla conservazione, al rafforzamento e al conseguimento degli scopi dell’organizzazione criminale”.

Nelle carte dell’inchiesta c’è anche una confessione stragiudiziale di Giusti che durante una telefonata del 2011 con la sorella fa riferimento a quella “maledetta estate” in cui si è scambiato il turno per favorire i Bellocco. Un abbraccio mortale tra ‘ndrangheta e istituzioni per il quale il magistrato sapeva di rischiare l’arresto: “È finita per me – dice Giusti alla sorella – guarda che vengono di notte e mi prendono è finita per me Gabriella.. è finita. Gabriella, verranno di notte a prendermi. A 360 gradi e a me sai che basta .. basta.. basta un niente per mettermi dentro, basta un niente. E poi verranno e poi verrà, ti giuro che verranno di notte a prendermi e ricomp… il mio nome, io come faccio, ho finito, ho chiuso con questa vita. Gabriella vedi che è gravissima la situazione… oggettivamente c’ho paura, ormai non so più che cosa aspettarmi dalla vita…”.

Giusti manifesta anche l’intenzione di suicidarsi (cosa che poi tenterà davvero): “Adesso scrivo… scrivo un paio di cose, sistemo le mie cose, perché non so se ce la faccio, ti lascio indicato dove sono i miei investimenti le mie cose poi… mio figlio dovrà crescere senza di me. Si si basta è finita per me”.

I dettagli dell’operazione sono stati illustrati stamattina nel corso di una conferenza stampa in cui il procuratore Vincenzo Antonio Lombardo ha parlato di una “pagina grave per la magistratura di Reggio Calabria”. E se, per il capo della squadra mobile Gennaro Semeraro, questa vicenda ha suscitato “sconcerto e senso di indignazione”, per il procutatore aggiunto Giuseppe Borrelli “non si guarda in faccia nessuno purché si arrivi a una verità suffragata da elementi di prova. In questo caso la verità è stata raggiunta con un approfondimento investigativo capillare. L’addebbito contestato a Giusti non solo rappresenta il tradimento del proprio obbligo professionale, ma anche un tradimento nei confronti della cittadinanza che viene abbandonata nelle mani di chi la opprime”.