Nel “grande sogno cinese” di rinascita di orgoglio patrio, c’è un tallone d’Achille: una nazionale di calcio più scarsa che mai. Per questo motivo, si apprende che organizzazioni governative stanno finanziando ricerche scientifiche per risollevare le sorti di uno sport che si è impantanato nella corruzione e che inanella fallimenti sportivi. Almeno tre gruppi di ricerca stanno infatti lavorando su un sistema informatico in grado di analizzare i video delle partite e di fare emergere i punti di forza e di debolezza di una squadra. Oltre una dozzina di telecamere speciali saranno disseminate intorno al campo per catturare ogni movimento dei giocatori e della palla, nella speranza di costruire il perfetto calciatore e i movimenti sincronici della squadra imbattibile. Tra le organizzazioni che finanziano la ricerca ci sono l’Accademia Cinese delle Scienze e la Fondazione Nazionale di Scienze Naturali.

Insomma, roba seria. L’analisi computerizzata dovrebbe poi aiutare l’allenatore nell’analisi delle partite. Basta lavagnette e gessetti e se poi sbaglia è davvero solo colpa sua. Arrigo Sacchi, ai tempi in cui allenava il Milan, aveva un’intera parete della sua stanza di Milanello ricoperta di cassette vhs (altri tempi), con cui studiava gli automatismi dell’Ajax di Cruijff, del Real di Di Stefano o dello stesso Milan del Gre-No-Li. Oggi, se fosse il Ct della nazionale cinese, avrebbe una montagna di soldi pubblici, due team di ricercatori e un computer. Probabilmente, non vincerebbe nulla. Perché il problema dell’approccio cinese alla scienza calcistica, e alla scienza in generale, sembra essere quello di privilegiare la quantità alla qualità, la matematica all’estro.

Non è che noi ne siamo immuni, per carità. Roy Hodgson – già allenatore della nazionale inglese e dell’Inter – era per esempio un cultore del “percentage football”, basato sul concetto per cui più sbatti la palla in mezzo all’area e più hai possibilità di fare gol. Lo stesso Nils Liedholm, nume tutelare di un calcio raffinato e qualitativo, amava sostenere che il possesso palla serve perché “più ce l’abbiamo noi, meno ce l’hanno gli altri” (concetto poi ripreso da Berlusconi, che nei suoi sconfinamenti da “allenatore” molto deve al calcio visionario di Liedholm, anche se non lo ammetterebbe mai). Tutti modelli quantitativi di dubbia efficacia. Li Jie, docente di discipline sportive all’Università di Pechino e vicepresidente dell’Associazione Calcistica Universitaria di Pechino però ci crede: “I nostri metodi d’allenamento hanno prodotto molti buoni giocatori – dice al South China Morning Post – ma non una squadra. Con la nuova tecnologia, anche a un giocatore normale può essere data la possibilità di fare un’analisi tattica approfondita, in grado di migliorare significativamente la sua consapevolezza dello spazio in campo e il tempismo nel gioco di squadra”. Più cauto il dottor Ying Yang, un altro ricercatore al lavoro sul software che dovrà elaborare i video. Secondo lui, il monitoraggio di tutti i giocatori e della palla per i 90 minuti di gioco ha bisogno di una quantità enorme di dati e di calcoli, per cui – dice – il progetto si sta rivelando difficile: “Le analisi di una partita di calcio possono rivaleggiare per complessità con un sistema di difesa nazionale”. D’altronde, lo sanno anche i sassi (ma non Galliani) che una grande squadra si costruisce a partire dalla difesa.

di Gabriele Battaglia