All’indomani della vittoria del sì al referendum svizzero, che pone limiti all’immigrazione nel paese elvetico, è il giorno delle reazioni. In Europa e soprattutto in Italia c’è molta preoccupazione per l’imposizione del tetto agli ingressi di lavoratori dell’Unione europea. “L’impatto si sta valutando anche in termini quantitativi” ma “è molto preoccupante sia per quanto riguarda l’Italia, ma anche per gli altri accordi con la Ue”, tra cui quelli fiscali, dice il ministro degli Esteri Emma Bonino, annunciando che la questione sarà discussa oggi al Consiglio Ue.

Reazioni in Europa – Anche Bruxelles non nasconde la preoccupazione che il risultato della consultazione voluta dal partito ultradestra Udc può avere. “Sta alla Svizzera decidere ora che conseguenze avrà il voto di ieri” ma la prima conseguenza potrebbe vedersi già mercoledì, giorno in cui è fissata la firma dell’accordo istituzionale Ue-Svizzera per l’adattamento dell’aquis svizzero a quello Ue (l’insieme dei diritti, degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli stati membri dell’Unione europea). “Non parte sotto buoni auspici”, commenta la portavoce del presidente della Commissione Ue. Scetticismo anche dalla Germania: “Il risultato del referendum solleva notevoli problemi” secondo Berlino“Il governo tedesco rispetta l’esito del referendum – ha detto oggi il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert – ma dal nostro punto di vista solleva problemi notevoli”. Interviene sul voto della Svizzera anche il portavoce del primo ministro britannico David Cameron, secondo cui l’esito del referendum riflette “la crescente preoccupazione” rispetto alla libera circolazione in Europa.

Lega Nord, Salvini: “Gli svizzeri difendono i loro interessi e fanno bene” – Il referendum viene visto dalla Lega Nord come un esempio da seguire anche in Italia. Non si nascondono, però, i timori per i problemi che potrebbero ricadere sui cittadini delle regioni del Nord Italia che lavorano nella Confederazione elvetica. Il segretario Matteo Salvini dichiara: “Gli svizzeri difendono gli interessi svizzeri e fanno bene – ha aggiunto – come la Francia espelle i rom, gli inglesi fanno pagare la sanità agli stranieri e l’Australia allontana i barboni”. Dunque, “viva il referendum democratico della Svizzera, lo proporremo anche noi in Italia”.

Ma il presidente della Lombardia Roberto Maroni pensa già a come tutelare i frontalieri, e dalle colonne del Corriere della Sera annuncia: “Chiederò a Letta, con urgenza, una zona franca in Lombardia in cui la tassazione delle attività produttive sia allineata a quella della Svizzera”. “Nelle zone di confine – spiega Maroni – esistono sempre alcuni problemi che dipendono dalla diversità dei due sistemi. Per questo, voglio chiedere a Letta l’istituzione di una fascia di confine, come già avviene per i prezzi dei carburanti, in cui la tassazione sia allineata a quella Svizzera”.

Sulla tessa linea anche il governatore del Piemonte, Roberto Cota: “Occorre rispetto, anche perché si sta parlando di onesti e regolari lavoratori. Insieme al governatore Maroni chiederemo al più presto un incontro sul tema col presidente Letta. Ancora una volta – sottolinea Cota – si evidenzia la differenza abissale tra due regimi fiscali su un’area di fatto omogenea come quella transfrontaliera. A fronte dell’attuale imposizione fiscale, fare impresa da noi è diventato praticamente impossibile. Una soluzione immediata potrebbe essere l’istituzione di una ‘zona franca’ che comprenda i territori di confine”.

Conseguenze possibili – Il referendum per ora non avrà conseguenze immediate sugli accordi in vigore. La linea di Bruxelles al momento è aspettare, sperando che il governo non applichi alla lettera la richiesta di ‘quote di immigrati’, ma trovi una formula che non vada in conflitto con l’accordo sulla libera circolazione dei cittadini. E dunque non costringa la Ue a far scattare la temibile ‘ghigliottina’: se la Svizzera introducesse le quote unilateralmente, violerebbe l’accordo di libera circolazione e a cascata la Ue farebbe decadere tutti gli altri, compresi quelli commerciali.

Gli altri sei accordi, entrati in vigore il primo giugno 2002, riguardano gli ostacoli tecnici al commercio, gli appalti pubblici, l’Agricoltura, i trasporti terrestri, il trasporto aereo e la ricerca. Quindi con i nuovi limiti alla libera circolazione, potrebbe saltare l’intesa Schengen che abolisce i controlli alle frontiere (anche se l’accordo è intergovernativo e non comunitario, il che teoricamente potrebbe ‘salvarlo’). Treni e aerei potrebbero non essere più liberi di circolare tra la Svizzera e la Ue, gli studenti non potrebbero usufruire del programma Erasmus e il milione di europei residenti in Svizzera, così come i 430mila svizzeri residenti in Europa, finirebbero in una sorta di limbo legale.

Il banco di prova delle intenzioni del governo elvetico sarà la decisione che deve prendere a breve di ammettere o meno la Croazia, ultima entrata nella Ue, nell’area di libera circolazione. Se Berna si opponesse in virtù del referendum appena passato, la Ue comincerebbe a trarre le conseguenze e a mettersi in difesa. Da subito salterebbero la cooperazione su aree come ricerca e istruzione, cioè addio ai programmi Erasmus + e Horizon 2020.

Bruxelles, spiegano i tecnici, per ora vorrebbe comunque mantenere aperto il dialogo anche sull’accordo cosiddetto istituzionale per l’adattamento dell’acquis svizzero a quello Ue, cioé i diritti, gli obblighi giuridici e gli obiettivi politici comuni. Senza firmarlo subito, la Commissione vorrebbe ugualmente ottenere il mandato negoziale dai governi già questa settimana, perché ritiene utile mantenere lo ‘status quo’ finché Berna non scoprirà le sue carte. Bruxelles è tuttavia pronta ad andare allo scontro, ma solo se il governo dovesse introdurre una legislazione ostile: “Se non fanno niente di male perché intervenire”, spiega una fonte. La Svizzera potrebbe infatti ridurre i lavoratori stranieri anche agendo su canali che non limitano la libera circolazione: altri Paesi europei, come il Belgio ad esempio, hanno un controllo dei flussi di lavoratori stranieri che non viola le norme europee ma che concede la residenza solo in base al tipo di contratto di lavoro. Quindi non tutti sono accettati.