La mole dei crediti bancari italiani in sofferenza per l’insolvenza del debitore tocca un nuovo record: a dicembre il tasso di crescita sui dodici mesi è risultato pari al 24,6% (con una crescita di 1,9 punti rispetto al 22,7% di novembre). Si tratta di un nuovo massimo dal 1998. Lo fa sapere la stessa Banca d’Italia il cui governatore, Ignazio Visco, sabato 8 febbraio ha aperto la strada alla creazione di una bad bank nazionale, cioè una sorta di veicolo-lavatrice in cui convogliare e smaltire tutta la “spazzatura” del sistema il cui controvalore supera i 300 miliardi di euro. Mentre le sole sofferenze lorde delle banche italiane (categoria che riguarda esclusivamente i crediti accordati a un debitore in stato di insolvenza anche non certificata) a dicembre ammontavano a 155,8 miliardi, 6,2 in più dei 149,6 di fine novembre e ben 30,9 in più rispetto ai 124,9 miliardi di fine 2012. 

Secondo il Financial Times, che cita fonti di governo, l’ipotesi non troverebbe però sponda nel premier Enrico Letta. Le fonti citate dal quotidiano della City sostengono che “l’idea di una bad bank potrebbe essere controproducente per l’Italia” e che il timore del premier sarebbe quello di “accelerare il processo di un downgrade da parte delle agenzie di rating nei prossimi mesi”. Timori dai quali Palazzo Chigi ha però preso le distanze facendo sapere che “il premier Enrico Letta non ha mai espresso contrarietà all’ipotesi di una Bad bank”. Dal canto suo il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, fa sapere di apprezzare di apprezzare l’idea di consorzi fra banche private e promette l’appoggio del governo ma avvisa che l’impiego di fondi pubblici o europei, come visto in Spagna, “non è necessario”. 

Bad bank o meno, secondo il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, che ne ha parlato con l’agenzia Bloomberg, dall’analisi della Bce sulle banche italiane potrebbero emergere carenze tra i 10-15 miliardi di euro. Una cifra a suo dire gestibile e in linea con le stime di Bankitalia. Intanto imprese e famiglie continua a fare i conti con la stretta del credito. A dicembre, sempre secondo Bankitalia, i prestiti delle banche italiane al settore privato hanno registrato una contrazione su base annua del 3,8 per cento (-4,3 per cento a novembre). Quelli alle famiglie sono in particolare scesi dell’1,2 per cento (-1,5 per cento nel mese precedente), mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 5,3 per cento (-6 per cento a novembre). 

“L’aumento esponenziale di sofferenze ed incagli, non è addebitabile esclusivamente alla crisi sistemica seppur generata dai banchieri, ma in massima parte ad una gestione del credito spesso clientelare“, fanno nel frattempo sapere Adusbef e Federconsumatori in una nota. Un credito, attaccano le associazioni dei consumatori, “che nega piccoli fidi a platee vaste di richiedenti senza Santi in Paradiso, per erogare masse creditizie di decine di miliardi di euro privi di garanzie reali, ai soliti amici, sodali, compagni di merende dei banchieri di sistema, come insegnano i casi di scuola di Zaleski, Zunino, Ligresti, che dovrebbero perfino interessare le Procure della Repubblica per violazione al codice penale per incauti affidamenti“. Reiterata, quindi, la richiesta di chiarimenti sul progetto bad bank nazionale del governatore della Banca d’Italia “il quale, con la usuale scusa di liberare risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia, vuole rifilare l’ennesima patacca agli italiani”.

Dal canto suo il Comitas, l’associazione delle microimprese italiane, ricorda come “la causa della crescita delle sofferenze è delle banche stesse. Negli ultimi anni, infatti, gli istituti di credito da un lato hanno fortemente ridotto il credito concesso a imprese e privati, dall’altro hanno incrementato la revoca dei fidi, rendendo insolventi aziende e cittadini. Se quindi non si concedono più i soldi ai privati e si ritirano – spesso immotivatamente – i prestiti già elargiti, si getta benzina sul fuoco accentuando le difficoltà economiche di una pluralità di soggetti, con effetti diretti sul tasso di sofferenza”. Quanto alla bad bank, “auspichiamo che l’ipotesi avanzata di costituire un fondo dove far confluire i crediti in sofferenza possa alleggerire la situazione a patto che, contemporaneamente, le banche allarghino i cordoni della borsa e ridiano ossigeno alle aziende, soprattutto piccole, che sono in grado di crescere, innovarsi, internazionalizzarsi, e assumere giovani”.