“Dopo una settimana arriva una e-mail della mia agente il cui succo era pressappoco: è la cosa più bella che hai scritto, bravo. Incredibile, quella sorta di Bridget Jones degli scrittori vanesi (di questo si trattava) era la cosa più bella che avessi mai scritto? Ridicolo, era una emerita cazzata, una boiata infame, una cosa scritta per rilassare la mente dal libro che avevo in mente di scrivere e del quale stavo organizzando scalette e ricerche da fare e persone da interpellare e organizzazioni gerarchiche dei personaggi. Dopo due settimane la mia agente ha firmato un contratto editoriale per quel libro con il più importante editore italiano, con un anticipo di diecimila euro e una tiratura di diecimila copie.”

Naturalmente non finisce qui, lo scrittore che ha dato in pasto al suo agente il libro mediocre arriverà a vendere milioni di copie, a essere tradotto in tutte le lingue del mondo (anche in quelle morte), a essere invitato a fiere e festival planetari, ad andare a letto con dee e ninfette, a comprarsi case, ad accumulare soldi. Un miliardario, grazie al proprio non-talento. È la storia narrata ne “Il caso editoriale dell’anno di Anonimo (si tratta dello scrittore albese Roberto Saporito), pubblicata da Edizioni Anordest.

Una critica feroce e veritiera al mondo editoriale, non solo italiano, che ormai basa le sue deboli fondamenta sulle penne di scribacchini da televisione, reality patetici, cuoche con la fregola della macchina da scrivere e calciatori affiancati da ghost-writer che gli fanno da assistenti sociali. Roberto Saporito è bravissimo a ricreare la prosa di un uomo mediocre (il romanzo è scritto in prima persona), capace, nonostante aspirasse a comporre il 

Grande Romanzo, di scrivere quello che lui è: una scatola vuota di bell’aspetto.

Scrivere è un lavoro come un altro, continua a dire lo stesso scrittore. Non è vero: scrivere per vivere è un privilegio. Scrivere (e guadagnandoci, e magari guadagnandoci parecchio), non è affatto come fare l’avvocato o il benzinaio o l’assicuratore o l’agricoltore, scrivere è una cosa che HAI e non una cosa che si IMPARA a scuola o a bottega. Scrivere è come una malattia alla quale non si è ancora trovata una cura, un virus che attacca molta gente, ma che è benigno in rarissimi casi. I portatori sani del virus della scrittura sono quelli che hanno veramente qualcosa da scrivere: non VOGLIONO scrivere, ma DEVONO scrivere: è diverso, molto diverso.

E così, tra sbronze, party, ragazze dalle gambe lunghe affascinate dallo scrittore perché è “arrivato” e non per quello che dice, giri a bordo di una macchina inutile se non in un set di guerra, l’incapacità di essere qualcosa di più di un oggetto, il protagonista avanza, ciondola, gigioneggia verso un trionfo sempre più grande, e sembra di vederlo (con un aspetto diverso in realtà gli alter ego del personaggio costruito da Saporito li vediamo tutte le settimane in sa

lotti radical chic televisivi, a sputacchiare futilità con la benedizione di editori compiacenti).

Impietoso anche il giudizio sui lettori e sui festival: “Arrivo davanti alla sede della Fiera del Libro di Torino dove una marea di gente si riversa alle casse dell’ingresso, una marea di gente che ti fa chiedere com’è possibile che in Italia si legga così poco, quando tutta questa gente fa la coda (e paga un biglietto! Paga dieci euro!) per entrare in un’enorme libreria (che è quello che è la Fiera del Libro): che siano tutti qui i lettori in Italia? Che ammassati tutti insieme siano tantissimi, ma spalmati sul territorio nazionale siano invece un numero irrisorio, che fa precipitare l’Italia in basso, bassissimo, nella classifica dei paesi che leggono libri? Tipo che i lettori contenuti in un unico condominio di Parigi sono di più di quelli che vivono in tutta Italia?


Oltre all’idea intelligente dell’autore ho trovato intelligente la veste editoriale: “
Il caso editoriale dell’anno” ha probabilmente una delle copertine più brutte che io abbia mai visto, ma è la copertina giusta per questa storia. Fateci caso, generalmente i libri di globale successo hanno cover che sembrano realizzate da qualche anormale. Difficile che i mediocri da salotto tv che vendono milioni di copie delle loro idiozie abbiano la possibilità di un “vestito” alla Saramago, Khadra, Johnson, Kundera, Simenon (sono solo esempi). Mettere una copertina, appunto, da caso editoriale, a un libro che vuole criticare questa logica mi sembra vincente. Il contenuto, comunque, vale la pena leggerlo. È una storia coraggiosa, divertente, ironica e terribilmente plausibile.

Che dire di più? Rimane la paura per chiunque scriva, e debba fare altri mille lavori per campare, di raggiungere un successo stellare e trovarsi poi, come il protagonista di questo romanzo, ad avere un’amnesia da pagina bianca: “Non sto scrivendo proprio nulla, è assolutamente vera quella frase che non ricordo più chi diceva e che pressappoco recita ‘Si passa dal non avere abbastanza soldi per scrivere un libro ad averne troppi per mettersi a scriverlo’, è così, da quando ho cominciato a guadagnare una montagna di soldi, non sono riuscito a scrivere più nulla.