Abituati a mentire persino al Parlamento, figuratevi se non lo fanno con l’opinione pubblica. Anche quando sarebbe forse meglio ascoltare l’imperitura ammonizione dell’abate Metastasio: si spiega assai chi s’arrossisce e tace.

Breve passo indietro: alla vigilia dello scorso Natale il mondo scoprì  l’inarrivabile, tragica comicità che un pezzo di quest’Italia riesce a insinuare anche nelle cose più serie. Come ad esempio in una missione militare di peacekeeping. La notizia: un ufficiale medico sotto processo per aver curato una gatta. Qui il mio post in proposito. L’accusa: disobbedienza aggravata e continuata. Naturalmente la storia rimbalzò e si diffuse in praticamente tutte le lingue conosciute dell’orbe terracqueo: dal mandarino al farsi, dal tedesco all’igbo, dal quelchua al catalano. Pare manchi solo l’inuit all’appello.

Panico allo Stato maggiore, riunione di emergenza con immagino frenetiche telefonate su linee sicure per non essere intercettati. Alla fine la risoluta decisione: smentite tutto, a ogni costo. Qualcuno deve aver frainteso (sapete: radio fante) e ha capito “mentire” anziché “smentire”. E così fu: con tempestività degna di una blitzkrieg parte il comunicato, perentorio: “In merito ai recenti articoli di stampa relativi all’imminente processo a carico di Barbara Balanzoni, Ufficiale della Riserva Selezionata e alle presunte ragioni del suo rinvio a giudizio, si precisa che le imputazioni contestate al succitato Ufficiale riguardano i reati di “diffamazione e ingiuria aggravata e continuata” nei confronti di inferiori gerarchici. Non risultano, allo stato, altri addebiti contestati alla militare, di qualsivoglia natura”. Tié, beccati questo Balanzoni e con te tutto il manipolo di prezzolati (tra cui probabilmente anche il sottoscritto n.d.r.) che ti ha fatto pubblicità.

Naturalmente la precisazione è una bufala perché lo Stato maggiore ha detto il falso (non risultano altri addebiti) dopo aver insinuato la malafede (presunte ragioni). Infatti, alla tenente Balanzoni la disobbedienza aggravata e continuata è stata davvero contestata, eccome, come è possibile leggere sul decreto di rinvio a giudizio, con corredo di una sfilza di articoli e commi di tutti i codici penali a disposizione. Credo che se avessero potuto avrebbero usato anche il codice kazakho, vista una certa qual contiguità che abbiamo recentemente dimostrato con quel Paese. E così, anche stavolta, lo Stato maggiore della Difesa non ha esitato a travolgere, d’un sol balzo e con supremo sprezzo del ridicolo, l’ostacolo della verità.

La storia è complessa per poterla riassumere in poche righe, ma è purtroppo quello che in tanti avevano immaginato: un miscuglio di abusi, incompetenza, arroganza, piccole e grandi vigliaccherie condite dall’inevitabile machismo impotente di quanti hanno ancora nostalgia per il buon vecchio gavettone, soprattutto perché la vittima in questo caso è una burba e per di più donna. Così si viene a sapere che c’è un reparto italiano in missione internazionale in Kosovo dove il capitano medico, diretto superiore della tenente Balanzoni, pare non sappia l’inglese per cui non può comunicare con i medici dei reparti alleati. Che questo stesso capitano non impedisce la diffusione di un volantino diffamatorio nei confronti della tenente Balanzoni, trasmesso usando la posta elettronica del contingente. Dove si scopre che di animali nel campo ce n’erano molti, comprese due cagne mascotte con relativi cuccioli e che avevano un recinto loro destinato. Che addirittura il comandante del reparto e l’ufficiale veterinario avevano affidato alla dottoressa Balanzoni la cura dei cani. Ordinando poi che fossero allontanati, cosa che la dottoressa cercò di organizzare in collaborazione con l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) che effettivamente portò in Italia dieci animali. Ma nel frattempo il comandante della base aveva ordinato di far portare fuori della base dei cuccioli appena nati, separandoli dalla madre e condannali così a morte per stenti. E che insomma di animali ne andavano e venivano in barba a qualsiasi presunta disposizione. Tutto questo tra gli inevitabili refrain del menefreghismo italiota: “non è di mia competenza”, “si arrangi”. E dove si scopre ancora che tra le derrate alimentari del campo c’erano persino degli astici: pensavate che i nostri eroi pasteggiassero con le razioni K e si scaldassero con le bustine di cordiale?

C’è poi la storia della diffamazione e ingiuria aggravata nei confronti di un maresciallo. Un episodio successivo a quello dei cani (e dei gatti), successivo anche a vari rapporti (verbali e scritti) della Balanzoni a suoi superiori dai quali emergeva una situazione di lassismo, incompetenza e insufficiente azione di comando. Una storia che le è stata incollata addosso per screditarla. Dalla descrizione della vicenda che la dottoressa Balanzoni (alla quale dobbiamo ovviamente dare più credito che allo Stato maggiore visto che c’è la prova provata della menzogna di quest’ultimo) fa nelle sue memorie difensive è piuttosto evidente che è caduta in un trappolone. Giovane, donna, idealista, probabilmente un po’ rompicoglioni: praticamente una bomba a orologeria per un mondo che si vuole difendere dalle contaminazioni. Dunque da far fuori.

Mentre scrivevo questo pezzullo mi veniva inevitabilmente alla mente M.A.S.H., il bellissimo film di Robert Altmann su un ospedale da campo americano durante la guerra di Corea. Un film contro la stupidità militare più che antimilitarista, come venne considerato quando uscì, in piena guerra del VietNam. Ma se dovessi trovare un titolo adatto per questa storia credo che sceglierei senz’altro La collina del disonore, il film un altro grande regista, Sydney Lumet. Non so se nella nostra vicenda ci sia una collina, ma certo di onore ce n’è poco, molto poco.

In tutto questo, il glorioso Stato maggiore della Difesa, anziché fare un’inchiesta interna per capire cosa non va, si rifugia nel suo sport preferito di negare. Negare, negare, negare. Applicare la tecnica della negazione e l’inganno, che spesso nei testi militari di strategia viene indicata con il termine russo di Maskirovka (così fa più impressione). Che poi il destinatario non sia il nemico ma i cittadini, che importa?

Il processo a Barbara Balanzoni si apre tra due giorni, il 7 febbraio, al tribunale militare di Roma dopo due anni di istruttoria, nonostante sia ben noto come il carico di lavoro dei magistrati militari sia risibile: non più di 60 procedimenti l’anno ciascuno. Su Facebook c’è un gruppo di solidarietà che invita tutti a trovarsi davanti al tribunale. Credo sia giusto, non per il medico, non per i gatti e i cani, ma per noi. Semplicemente per noi.

P.S. approfitto per fare ammenda di una battuta un po’ irridente sull’Enpa che avevo inserito nel mio articolo del 23 dicembre. In questa storia gli amici degli animali si sono mossi con rapidità e competenza, e gliene va dato atto.