Nel suo recente articolo sul New York Times dal titolo “Talking Troubled Turkey” (A proposito della crisi turca) l’economista premio Nobel Paul Krugman spiega perché la piccola Turchia, il cui prodotto interno lordo è pari pressapoco a quello di una grande, ma singola, città come Los Angeles, potrebbe dare il via ad una reazione a catena che scatenerebbe una crisi globale molto più grave di quella iniziata nel 2007 negli Usa.

Il motivo per cui potrebbe essere proprio la piccola Turchia a scatenare l’inferno non è ovviamente insito nella piccola nazione che si affaccia sul Mediterraneo e traccia la linea di confine tra il sud Europa e l’Asia nord-occidentale, ma è quello che la Turchia potrebbe (come nel caso dei famigerati mutui “subprime”) essere la miccia che innesca la bomba costituita dal rallentamento economico delle altre ben più grandi “economie emergenti” del mondo, e cioè i cosiddetti paesi “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che già stanno avendo dei problemi di sensibile contrazione rispetto al poderoso sviluppo riscontrato in questo decennio, e che potrebbero rallentare ulteriormente per il concomitante effetto delle politiche di austerity europee, che proseguono senza significative modifiche, cui si aggiunge quest’anno il termine degli incentivi economici americani conosciuti come “Quantitative Easing” (acquisto di obbligazioni americane da parte della stessa Federal Reserve).

Quindi, il senso di ciò che teme Krugman, è che la Turchia potrebbe essere solo il primo chicco di grandine che cade, annunciando però una tempesta di grandi proporzioni.

Questo potrebbe accadere, come è già stato scritto da diversi economisti oltre che da Krugman, perché il mercato globale rischia di cadere nel vortice di una stagnazione secolare, cioè un ciclo economico che non riesce più a trovare una via per lo sviluppo a causa del concomitante effetto delle politiche di austerità imposte al comparto pubblico e delle sempre meno attraenti sollecitazioni al risparmio privato rivolte agli investitori. (Vedasi anche Larry Summers di fronte al F.M.I.).

Le recessioni, dice Krugman nel suo articolo, sono storicamente sempre precedute dal formarsi di una “bolla” economico-finanziaria che esplode senza preavviso. Poi inizia, nei normali cicli recessivi, la fase del recupero e della crescita. Tuttavia, egli nota, le “recessioni” tendono ad essere sempre più gravi e sempre più vicine l’una all’altra.

Per esser meglio capito su come si forma un ciclo recessivo Krugman ripete il suo classico esempio: “Se gli investitori sono cauti e prudenti (cioè non investono tutto quello che possiedono ma, per prudenza, o nella speranza di occasioni migliori, mantengono una dose del loro patrimonio “liquido” o “immobile”), noi (cioè la nazione) ci troviamo collettivamente a spendere meno di quanto guadagniamo, e siccome (in una nazione) la mia spesa è il tuo ricavo e la tua spesa è il mio ricavo, il risultato (per la nazione) sarà di una persistente stagnazione o decrescita, cioè una crisi che alla lunga potrebbe diventare secolare.

Se Krugman e Summers temono questo per gli Stati Uniti d’America, possiamo bene immaginarci cosa dovremmo pensare noi per l”Europa e per l’Italia in particolare.