Se il dossier sull’Iraq depositato presso la Corte dell’Aja a metà gennaio fosse della portata che descrive l’Independent, l’ICC potrebbe prossima ad avviare la prima indagine della sua storia a carico di un Paese occidentale. E non certo di uno qualunque; il fitto dossier, ben 250 pagine, che l’edizione domenicale del quotidiano britannico ha visionato, riguarda le (presunte) violenze compiute in Iraq dall’esercito britannico durante la guerra per abbattere il regime di Saddam. Nel dossier, redatto dal Centro Europeo per i Diritti Umani e Costituzionali (ECCHR) e dallo studio legale londinese Public Interest Lawyers, verrebbero passati in rassegna migliaia di episodi di violazioni dei diritti umani, torture, trattamenti degradanti, abusi sessuali ed omicidi che sarebbero stati commessi dalle truppe britanniche a partire dal 2003.

L’Aja si era già interessata nel 2006 della missione inglese ma a fronte di poche decina di denunce, pur ammettendo che i crimini erano stati compiuti e che fossero certamente sotto la sua giurisdizione, aveva ritenuto non esistessero le basi per aprire un’indagine; in base agli articoli 5 ed 8 dello Statuto di Roma, è infatti necessario che il crimine commesso sia “grave”(strage o genocidio) e che sia presente una sorta di “pianificazione”. Oggi, in seguito al lungo e complesso lavoro portato avanti dalle due organizzazioni, il quadro sembrerebbe più drammaticamente nitido.

Tra i requisiti per l’apertura di un procedimento internazionale è fondamentale che lo stato citato in giudizio non abbia posto in essere misure per processare i colpevoli di crimini contro l’umanità. In Inghilterra, una trentina di soldati sono finiti davanti al giudice militare, per rispondere di crimini contro l’umanità e depistaggio delle indagini. Ad oggi, solo l’ex soldato Donald Payne è stato condannato per aver torturato a morte un civile iracheno e per aver sottoposto a trattamenti disumani ed umilianti altri prigionieri. Quale pena inflitta all’ex militare? Un anno di carcere.

Appresa la notizia, il ministro degli esteri britannico, il conservatore William Hague, ha ribadito il fatto che la giustizia interna stia facendo il suo corso ed ha respinto le accuse di violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito.

L’ennesima organizzazione internazionale che cerca un po’ di visibilità con denunce senza fondamento o l’occasione di veder giudicati dall’Aja anche i crimini dell’occidente? Il ricorso in questione appare tra i meno “strampalati” dei tanti presentati nei quasi 12 anni di attività dell’ICC, non fosse altro perché la Corte si era, come detto sopra, già pronunciata sull’Iraq ammettendo l’esistenza di alcuni presupposti per un’indagine. Sul piano politico, l’ammissibilità potrebbe avere conseguenze molto importanti: per cominciare, romperebbe la tacita impunità di cui hanno goduto gli eserciti occidentali che hanno preso parte alla guerra al terrorismo dello scorso decennio. I vertici militari e politici degli Usa non sono processabili dai giudici dell’Aja, mentre Londra al contrario sì. 

Inoltre rappresenterebbe un gesto di autorevolezza della Corte verso i tanti detrattori dell’Unione Africana (anche se, va ricordato, il Regno Unito ha ottimi alleati nel complesso scacchiere africano) mandando il chiaro segnale che sì, anche gli occidentali possono finire alla sbarra.

Ma è chiaro che le pressioni politiche dell’Inghilterra, tra l’altro secondo Paese per volume di contributi alle attività dell’ICC, non tarderebbero ad arrivare e non potrebbero non coinvolgere l’Unione Europea e poi gli stessi Stati Uniti, partner inglesi nella catastrofica – sul piano dei diritti umani – campagna d’Iraq. Quindi, diciamolo subito, a scanso d’equivoci: se pensate di vedere Blair alla sbarra no, non succederà. L’indagine è per crimini contro l’umanità e non per la guerra “illegale” (il crimine d’aggressione, previsto dallo Statuto di Roma, in una sua versione “soft” entrerà in vigore solo dal 2017). E probabilmente, come lui, nessun del vertice politico-militare di allora dovrà attraversare la Manica per farsi processare.

Però è importante non sottovalutare il potere di “moral suasion” rappresentato dalla possibilità dell’apertura di un procedimento internazionale. D’altronde la Corte agisce come ultimo grado di giudizio, qualora i tribunali nazionali degli Stati firmatari dello Statuto di Roma, non avessero voluto (o potuto) perseguire crimini contro l’umanità; se la minaccia producesse il risultato di costringere le autorità britanniche ad istituire una vera commissione (non quella di Gordon Brown) che giudicasse senza influenze soldati e superiori, questa sarebbe già una grande vittoria.