Continuano le grandi manovre delle banche italiane (ed europee) in vista dei delicati esami a cui saranno sottoposte quest’anno da Banca centrale ed Autorità bancaria europea. Dopo gli aumenti di capitale annunciati da Banco Popolare ed Mps questa volta a muoversi, seppure in diversa direzione, potrebbe essere l’ammiraglia Intesa SanPaolo. Secondo alcune indiscrezioni riportate dal Financial Times la prima banca italiana per valore degli attivi starebbe valutando la creazione di una “bad bank” interna. Vale a dire un’apposita divisione in cui scaricare circa 55 miliardi di crediti lordi in sofferenza o incagliati (in pratica prestiti concessi che rischiano di non venire restituiti) che rappresentano il 14% dei quasi 380 miliardi di euro dei crediti concessi dal gruppo alla clientela.

E’ un modo per liberare, almeno nella forma, i bilanci da una pesante zavorra. Per nascondere la parte “marcia” degli attivi dagli occhi degli investitori e invogliarli a investire in un titolo che resta ancora penalizzato rispetto a quelli dei concorrenti europei. Non solo. Separare i bilanci e ridurre così l’ammontare dei prestiti in capo alla banca “sana” significa abbassare la quantità degli attivi che entrano nel conteggio dei vari indicatori patrimoniali utilizzati per monitorare la solidità di un istituto. Tra questi il “leverage ratio” ossia il rapporto tra capitale e attivi che, secondo le ultime decisioni del comitato di Basilea (l’organizzazione internazionale che vigila sulle banche), deve essere almeno pari al 3 per cento.

Capire se quella ipotizzata da Intesa SanPaolo è una soluzione di pura cosmesi contabile oppure qualcosa di più dipenderà dal trattamento che avranno poi i crediti deteriorati che confluiscono nella bad bank. Se e a quali condizioni il gruppo proverà a disfarsi di questi prestiti (esistono società specializzate che li rilevano pagando una percentuale del loro valore effettivo e si accollano poi la riscossione e/o la ristrutturazione). O con quale determinazione e quali esiti la bad bank tenterà di gestirli direttamente magari potendo contare su scadenze più lunghe per diluire i pagamenti. Un’operazione simile, con esiti ancora incerti, è stata tentata a fine 2013 dalla Royal Bank of Scotland, il colosso britannico nazionalizzato e salvato dalla bancarotta nel 2008 spendendo 45 miliardi di sterline (54 miliardi di euro) di fondi pubblici e accollandosi altri miliardi in garanzie.

E’ opportuno precisare che queste bad bank hanno ben poco a che fare con le soluzioni adottate in Spagna o altri Paesi e che vedono il coinvolgimento di Stati e bilanci pubblici. In particolare in Spagna, i soldi per ripulire le banche nazionali sono stati anticipati dal fondo europeo Esm (European stability mechanism, creato a fine 2010 per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’euro) ma sono poi finiti a carico del debito pubblico. Una soluzione alla spagnola che consentisse di dare ossigeno ai bilanci di tutte le banche italiane, favorendo la ripresa dell’erogazione dei prestiti a famiglie e imprese, era stata ipotizzata la scorsa estate da Mediobanca e messa nero su bianco da un rapporto del centro studi di piazzetta Cuccia. Secondo lo studio la bad bank italica avrebbe dovuto accollarsi crediti avariati per 21 miliardi di euro.

In questo modo il tasso di copertura (vale a dire la quota di prestiti deteriorate già “digerita” nei bilanci sotto forma di perdite) avrebbe raggiunto valori prossimi alla media europea. In linea (molto) teorica tutto sarebbe dovuto avvenire solo tramite l’Esm e senza che lo Stato si accollasse altri debiti. Quello delle sofferenze rimane infatti il vero problema del sistema bancario italiano. I crediti malati valgono ormai 150 miliardi (a cui se ne aggiungono altri 80/90 di “incagli”, ossia la classificazione che precede al passaggio nella categoria “sofferenza”). Il tasso di copertura è in media del 39% a fronte di una media europea dei oltre il 50 per cento.