“E’ come lasciare libera la bestia e dire ai cittadini chiudetevi in casa e rafforzate porte e finestre”. Giuseppe Bortolussi, della Cgia di Mestre, usa una metafora forte per descrivere le scelte in tema di regolamentazione bancaria approvate dal comitato di Basilea due settimane fa, che rendono ancora più invitante per gli istituti investire in derivati, piuttosto che prestare a famiglie e imprese. Dal suo osservatorio assiste giorno dopo giorno al prosciugarsi dei finanziamenti a piccole imprese, artigiani e cittadini. Non ci sono inversioni di tendenza o segnali di speranza: i dati continuano a peggiorare. Secondo la Banca centrale europea in novembre i crediti alle aziende sono scesi del 3,9% a livello europeo e addirittura del 5,9% in Italia.

Sullo stesso mese Bankitalia rileva una flessione del 6 per cento. Secondo il centro studi della Confindustria negli ultimi due anni sono “spariti” 96 miliardi di finanziamenti e per il 2014 è attesa un’ulteriore contrazione di 8 miliardi. Il problema coinvolge gran parte dell’Europa ma in Italia è una vera e propria emergenza. Mario Draghi, presidente della Bce, ha speso molte parole sul tema, annunciato misure allo studio (come quella di far pagare alle banche il “parcheggio” di fondi presso la Bce) ma per ora di atti concreti non se ne sono visti.

Anzi. Un’ulteriore stretta del rubinetto del credito potrebbe infatti arrivare proprio per effetto delle nuove regole. Sono regole blande, che accrescono in maniera irrisoria il livello di sicurezza del sistema bancario ma che potrebbero comunque ripercuotersi negativamente sui finanziamenti all’economia. “Anche se hanno mille modi per aggirarle a loro piacimento – commenta amaro Bortolussi – le banche continuano a farsi scudo dei regolamenti di Basilea per giustificare la continua riduzione dei crediti a famiglie e soprattutto imprese e la loro preferenza ad investire in titoli di Stato o altri prodotti finanziari”.

I nuovi accordi si prestano bene a fare da alibi. Tecnicamente le regole prevedono che le banche raggiungano un “leverage ratio” almeno del 3 per cento. Significa che una banca deve disporre di un capitale proprio (fondamentalmente quanto versato da soci e azionisti) che sia pari o superiore al 3% dei suoi attivi. In pratica se una banca ha in essere prestiti e investimenti per 100 euro deve disporre di almeno 3 euro suoi. I rimanenti 97 euro possono essere presi a prestito (depositi dei clienti, finanziamenti da altre banche, obbligazioni ecc). La nuova disciplina ha come unici meriti la nascita di una disciplina condivisa a livello internazionale e l’utilizzo di un parametro relativamente facile da calcolare e confrontare.

Il 3% è però un valore basso, non dissimile da quelli esistenti prima dello scoppio della crisi del 2007, risolta solo grazie ai salvataggi a spese dei contribuenti e che sembra non avere insegnato nulla. Secondo molti osservatori un livello prudenziale, che consenta di traghettare i colossi bancari in una zona di sicurezza, sarebbe di almeno il 10 per cento. Più il rapporto è alto maggiore è l’entità delle perdite che può sopportare. Eppure, nonostante parametri all’acqua di rose, ben una banca europea su quattro al momento non raggiunge neppure questo livello minimo. Il problema è stato però “brillantemente” risolto. Come? Permettendo alle banche di escludere dal conteggio degli attivi parte degli investimenti in titoli derivati e prodotti finanziari (tecnicamente il meccanismo è un po’ più complesso ma la sostanza è questa) rendendo così ancora più invitante questo tipo di investimento.

Mefistofelica la difesa dei banchieri che più o meno affermano: se compriamo più derivati possiamo assicurarci meglio dal rischio insolvenza e dunque concedere più crediti. Di fatto è un regalo alle banche e in particolare alle banche d’investimento del nord Europa, molto esposte sui mercati finanziari e che si affidano molto all’indebitamento. Per ogni euro di capitale Credit Suisse ha ad esempio 51 euro di attivi, Deutsche Bank 49, Credit Agricole quasi 62.

Unicredit o Intesa SanPaolo non vanno invece oltre i 18. Per salvare almeno le apparenze le banche non in regola si trovano ora davanti due ozione per migliorare il loro “leverage ratio”. O aumentano il loro capitale (magari rinunciando a distribuire dividendi oppure reperendo fondi freschi) oppure riducono gli attivi, cioè tagliano i prestiti che hanno in essere e smettono di erogarne di nuovi. Le prime stime parlano di un possibile impatto sul sistema bancario di 200 miliardi di euro. Una cifra che almeno in parte potrebbe essere sottratta dai crediti all’economia.