Sarnico, La Spezia, Cattolica, Mondolfo. Aderiranno in 1.400, cioè i lavoratori di tutti gli stabilimenti del Gruppo Ferretti, allo sciopero generale indetto per il 4 febbraio prossimo dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil dell’Emilia Romagna per salvare il sito produttivo di Forlì dalla chiusura. E per difendere, anche, i 400 posti di lavoro oggi a rischio a causa dell’annunciata dismissione della fabbrica da parte dei cinesi della Shandong Heavy Industry Group-Weichai Group, che nel 2012 ha comprato il 75% della holding italiana. “La vertenza Ferretti – spiega Luigi Giove, Segretario Generale Fillea Cgil Emilia Romagna e coordinatore nazionale per il Gruppo Ferretti – non è solo una questione territoriale, ma riguarda il futuro di tutto il gruppo. Perché Forlì non è solo uno stabilimento che da lavoro a 400 addetti tra operai e impiegati, ma è anche la sede centrale di un simbolo del Made in Italy, la Ferrari della nautica italiana, produttrice di marchi come Pershing e Riva, noti in tutto il mondo. La sua chiusura, quindi, costituirebbe un precedente preoccupante, e infliggerebbe un duro colpo a tutto il settore manifatturiero nazionale”.

Che la crisi avesse colpito con forza il colosso della cantieristica navale, provocando crollo della produzione del 50%, non è una novità per sindacati e lavoratori. Tuttavia, contestano Cgil, Cisl e Uil, “chiudere il sito non è la soluzione”. “Ci sarebbero altre modalità per sopperire ai danni che la crisi ha inflitto non solo a Ferretti, ma a tante aziende della nautica italiana – spiega Giove – per prima cosa si potrebbero reinternalizzare alcune attività oggi affidate a esterni, il che comporterebbe un risparmio in termini economici. E poi abbiamo a disposizione ancora tutti gli ammortizzatori sociali, dalla cassa integrazione ai contratti di solidarietà”.

Secondo Shandong Heavy Industry Group – Weichai Group il risparmio che deriverebbe dalla dismissione del sito di Forlì ammonterebbe a 4,5 milioni di euro, di cui 3 milioni grazie ai 53 esuberi volontari su incentivo, e 1,5 milioni per via dei tagli sui costi fissi del cantiere di Forlì. “Un risparmio irrisorio – critica Giove – se lo si rapporta al fatturato che l’azienda calcola per il 2014: 400 milioni di euro”. Il piano proposto dai sindacati, sottolineano le tre sigle, “consentirebbe di recuperare quelle risorse senza lasciare a casa nessuno”. L’idea è ridurre le ore di lavoro nei vari stabilimenti, “così che lavorino tutti anche se meno ore”, e di aprire a tutti i lavoratori interessati la possibilità avviare la procedura di mobilità su base volontaria con incentivi all’esodo: “A noi – continua il segretario Fillea per l’Emilia Romagna – risulta che ci siano altre 53 persone disposte ad accettare questa proposta, e se così fosse si tradurrebbe in un notevole risparmio economico”.

Chiudere lo stabilimento di Forlì, invece, “significa lasciare senza lavoro 400 persone”. Il piano della Weichai Group, infatti, prevede 150 trasferimenti: 70 operai sarebbero spostati a La Spezia, e 80 a Cattolica e Mondolfo. “Ma in realtà si tratta di licenziamenti mascherati – spiega Giove – perché quei 150 lavoratori dovrebbero cambiare residenza quando qui hanno una famiglia, una casa con un mutuo da pagare, un marito o una moglie che hanno un lavoro. Come fanno a trasferirsi?”. Poi resta aperto il discorso relativo agli impiegati, quasi tutte donne alla Ferretti di Forlì: “Per loro l’azienda dice che non ci saranno problemi, ma sono preoccupate, e secondo noi ne hanno motivo. Con il trasferimento della produzione in altri siti qui rimarrebbero solo capannoni vuoti, quindi che senso avrebbe mantenere aperta l’area amministrazione che invece può essere svolta dovunque?”. “Sarà una macelleria sociale, quella che colpirà Forlì, se il sito dovesse chiudere – sottolinea Giove – e per noi non è accettabile”.

Una posizione condivisa anche dalla Regione Emilia Romagna, che ha annunciato l’apertura di un confronto “per difendere un’eccellenza produttiva e salvaguardare l’occupazione del territorio forlivese”, nonché dall’amministrazione comunale di Forlì, che definisce la proposta della proprietà cinese “irricevibile”. “Faremo valere il diritto di revoca dell’Accordo di Programma approvato nella precedente legislatura, con il ritorno dell’area alla destinazione d’uso originaria, cioè agricola e quindi non edificabile – scrive il Comune in una nota – se per la parte riguardante la realizzazione dello stabilimento e le relative ricadute occupazionali non fosse attuato”.

I lavoratori, invece, risponderanno con “proteste a oltranza” alla minaccia di chiusura annunciata dalla Weichai: macchine spente per 8 ore in tutti gli stabilimenti italiani del Gruppo Ferretti, e uno sciopero “a singhiozzo” a oltranza nello stabilimento di Forlì, con produzione interrotta “senza preavviso” e decisa “giorno per giorno”. “Non è accettabile che una multinazionale cinese acquisti un marchio storico italiano e la prima azione che fa sia quella di chiudere la sede centrale del Gruppo – sottolinea Giove – Se la dinamica è questa il rischio è che qualcuno pensi che produrre marchi così importanti in Italia o altrove sia indifferente. Quanto succede a Forlì dovrebbe valere da monito per la politica italiana, che fino a oggi si è disinteressata della crisi del settore nautico: dimostra, infatti, cosa può accadere quando gruppi stranieri comprano grandi aziende italiane”.