Quando una laurea, invece di essere valore aggiunto, rischia di diventare un ostacolo nell’ardua ricerca di un impiego, vuol dire che siamo messi veramente male. Che l’Italia sia in crisi, specialmente quando si parla del settore cultura, di certo non è una novità, ma in pochi, finora, erano riusciti a parlarne col sorriso sulla bocca, mettendo in scena una commedia piuttosto che il solito dramma al quale il nostro cinema ci ha abituati da parecchi anni a questa parte.

Sydney Sibilia di lavori ne ha sperimentati tanti prima di approdare dietro la macchina da presa. Classe ’81, è passato dall’animazione nei villaggi turistici, al bancone di un fast food londinese, fino allo studio di un’agenzia pubblicitaria presso cui ha fatto il copywriter per diverso tempo. Un ragazzo giovane, di 34 anni, che sbarca il lunario grazie a piccoli spot pubblicitari e che ha iniziato a far parlare di sé giunto a Roma, realizzando tre cortometraggi che hanno fatto incetta di premi in diversi festival, attirando l’attenzione degli addetti al settore.

Ed ecco che nel 2010, Matteo Rovere, produttore cinematografico, chiede a Sydney di scrivere un film. È il periodo dei grandi tagli alla ricerca e delle conseguenti manifestazioni studentesche. Tra i titoli dei quotidiani iniziano a prendere piede le mille storie di quella generazione di universitari disoccupati in cerca di un lavoro e una in particolare colpisce l’attenzione del regista, quella di due neolaureati in filosofia con 110 e lode impiegati all’Ama, la società romana che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Un impiego come un altro, ma lontano anni luce dall’ambito in cui i due giovani hanno speso anni di studio. È proprio dalla storia di questi due netturbini che nasce l’idea di Smetto Quando Voglio.

Sette personaggi, sette ricercatori nel fiore degli anni che, pur eccellendo nelle rispettive discipline, si trovano costretti a fare i conti per arrivare a fine mese, con l’università che gli volta le spalle. Pietro, il protagonista, un neurobiologo brillante quanto frustrato; Mattia e Giorgio, due latinisti che ripiegano sul lavoro notturno presso una pompa di benzina; Alberto, chimico geniale, relegato in un ristorante cinese, felice per la sua imminente promozione da lavapiatti a cameriere con un salario di 700 euro al mese; Andrea, esperto di antropologia che tenta di reinventarsi come meccanico, riuscendo a stento a nascondere la sua laurea che nel momento del colloquio risulta essere null’altro che un impedimento; Arturo, un esperto archeologo, precario da anni e Bartolomeo, laureato in economia che si ritrova a barare a poker per cercare di spillare qualche soldo.

Da questi sette precari parte il brillante film di Sibilia, che va a pescare tanto nella commedia all’italiana, partendo dalla realtà di tutti i giorni, quanto nel cinema americano, arrivando a prendere ispirazione da serie tv come Breaking Bad o The Big Bang Theory. Sì, perchè questa banda di nerd sopra le righe decide di prendersi una rivincita sul sistema, operando per vie non proprio legali, sintetizzando una nuova droga ancora non catalogata dal Ministero della Salute. Così, tra battute riuscite e momenti di pura comicità, si ride davanti a scene grottesche, che in realtà, di divertente avrebbero ben poco.

Il regista ha scelto un cast coeso, riuscendo a dirigerlo con bravura, tra cui spiccano Edoardo Leo, nei panni del protagonista, tre attori, Valerio Aprea, Pietro Sermonti e Paolo Calabresi, presi in prestito da Boris, serie tv cult, totalmente made in Italy e un improbabile Neri Marcorè nei panni di un malavitoso boss di quartiere. Se non possono più essere ricercatori, tanto meglio essere ricercati, come recita la locandina e così, ridendoci sopra, Sibilia è riuscito a denunciare i devastanti effetti del precariato, del nepotismo accademico, di quella classe politica che continuando a tagliare sulla cultura sta mettendo in ginocchio un Paese già sull’orlo del baratro.

Data italiana di uscita: 6 febbraio 2014