Milano, domenica 26 gennaio. Il teatro Franco Parenti al completo, tutti ad ascoltare Claude Lanzman, l’autore della monumentale opera Shoah, e a vedere il suo nuovo documentario, L’ultimo degli ingiusti (quattro ore!), sul controverso decano degli ebrei nel ghetto “modello” di Terezin.

Lunedì 27 gennaio, Piazza della Scala e le strade laterali gremite: oltre ottomila milanesi rendono l’estremo omaggio a Claudio Abbado assistendo, muti e commossi, alla marcia funebre di Beethoven. diretta dal maestro Daniel Barenboim nella sala vuota del Teatro e amplificata all’esterno

Martedì 28 gennaio, cinema Ducale (ma anche Arlecchino e Palestrina). Gli spettatori si ammassano e occupano fino all’ultimo posto libero per assistere al film Hannah Arendt, di Margarethe Von Trotta, distribuito in poche copie e solo per due giorni nella convinzione (dei distributori) che il pubblico italiano non sia sufficientemente interessato e/o maturo per un’opera di tale spessore: vi si parla della genesi del celebre saggio della Harendt, La banalità del male, sul carnefice Adolf Eichmann e dell’involontaria collaborazione delle vittime, o meglio delle gerarchie ebraiche, troppo pronte a cedere ai diktat nazisti. Un tema, quello del film, che si lega perfettamente al dibattito suscitato dal documentario di Lanzmann, che in qualche modo riabilita il rabbino Benjamin Murmelstein, processato per collaborazionismo dopo la liberazione, assolto, ma odiato dai suoi compagni di sventura e considerato personaggio indesiderato in Israele.

Tre appuntamenti, tre situazioni dove Milano c’era. Una parte della città, d’accordo, ma una parte consistente oltre che pensante.

È stata, per me, una bella e confortante sorpresa. Mi è sembrato di tornare ai tempi della mia gioventù, quando ogni sera in città c’era un incontro o un dibattito o una proiezione al Circolo De Amicis o al Club Turati o alla Cineteca. Quando il maestro Abbado dirigeva la Scala e promuoveva i concerti per studenti e lavoratori. Quando Milano non era ancora da bere.

Quei tempi, certo, non possono tornare. Ma anche gli altri, pare, sono finiti. Del futuro non c’è certezza, ma qualche speranza forse sì.