“Eichmann ist kein Mefisto!”. Eichmann non è un demonio! La voce di Barbara Sukowa, l’intensa Hannah Arendt del bel film di Marghareth Von Trotta risuona davanti agli occhi stupiti dei suoi amici, immigrati ebrei tedeschi come lei o americani come l’amata scrittrice Mary McCarty. E davanti  alla comunità ebraica di tutto il mondo, che non riesce ad accettare la tesi – che per Arendt non è “un’interpretazione, ma un fatto” – contenuta nei cinque articoli sul processo al nazista Eichmann (conclusosi con la sua impiccagione, a Gerusalemme) prima apparsi nel The New Yorker e poi nel suo libro più noto, e più storico, La banalità del male. Più che da un’intenzione malvagia, da un male volutamente e perversamente attuato, causato da una volontà perversa, malata, demoniaca, l’Olocausto è nato dall’obbedienza inconsapevole a un sistema gerarchico al quale era difficilissimo resistere. Obbedienza a una legge, ma una legge che imponeva di uccidere invece di salvare.

Eichmann, come il film documenta, non ha nulla di sconvolgente e di eroico. È un uomo “col raffreddore”, chiuso in una gabbia, che ripete instancabilmente la sua verità: se mi avessero chiesto di uccidere mio padre l’avrei fatto. Eichmann era un segmento di un sistema, organizzava i treni “ma per lui, una volta partiti, il suo compito era finito”, come spiega Arendt durante un’accesa discussione. “Si sente in pace con la sua coscienza?”, chiede a Eichmann il pubblico ministero. “La mia coscienza si fondava su una scissione consapevole. Dovuta a un duro addestramento e all’educazione di una visione del mondo”, risponde. E se ci fosse stato coraggio civile, avrebbe fatto la differenza?”, gli chiedono ancora. “Sì, se fosse stato un coraggio civile organizzato gerarchicamente”.

Per Hannah Arendt, accusata di antisemitismo e di assenza di sentimento di fronte all’immenso dramma della Shoah, la vicenda di Eichmann conferma ciò che lei aveva scritto, e continuerà a scrivere, fino all’anno della sua morte, nel 1975. Al contrario di quanto vuole una tradizione occidentale che assegna al male un luogo “interiore”, mistico, il male è esterno, sociale, strutturale, come in parte è anche il bene. A differenza del bene, però, è insensato, privo di senso, e per questo non può essere radicale, “solo il bene è davvero radicale”, dice la Sukowa. Non esistono buoni e cattivi, ma una zona grigia della coscienza che si traduce lentamente in una dimensione pubblica, acquista peso e spazio, potere. E diventando potere produce violenza, un fenomeno che Arendt opporrà sempre direttamente alla libertà e alla politica: per la filosofa la dimensione più elevata dell’uomo, oltre la sussistenza, oltre il lavoro, che è necessità ma spesso non libertà, come scrive in Vita Activa.

Ma allora non esistono antidoti al male? La difesa contro il male è sempre nel pensiero, radicato nelle emozioni e nella storia. Il pensiero, anche se Arendt si allontanerà sempre di più dall’idea di Heidegger secondo cui “si pensa da soli”, è legato comunque a un individuo, a un soggetto individuale, al quale unicamente possono ricondursi colpe e responsabilità. Ed è questo il punto che Arendt rivendica sia contro chi, come l’allora premier Ben Gurion, cercò di fare, attraverso il processo Eichmann, “un processo alla Storia”; sia contro chi, come i suoi amici ebrei, rivendicava la visione di un “popolo malvagio” contrapposta a un “popolo del bene”. “Io non amo un popolo, ma solo i miei amici”, risponde sussurrando Hannah Arendt, radicata dentro una tradizione liberale che mai ha potuto, per coerenza, abbandonare. E che la portava non solo a essere garantista con lo stesso Eichmann (pur chiedendone la punizione: ma solo per le sue specifiche colpe, non per quelle di tutti, “perché si può processare solo una persona, non un popolo” e non esistono colpe collettive). Ma anche a chiamare in cause le responsabilità di alcuni capi ebraici, senza la cui attiva collaborazione, scrive, “le vittime sarebbero state sicuramente di meno”. Una tesi che scatena, come il film ben racconta, una reazione violenta contro un’ebrea anch’essa perseguitata, internata in un campo di concentramento, poi apolide per anni negli Stati Uniti.

Un peccato che il film sia rimasto solo due giorni nelle sale italiane. Perché quelle tesi fanno riflettere e parlano anche di noi. Degli ultimi vent’anni, di un’opinione pubblicata spaccata tra l’idea che – senza nessun insensato paragone storico, ovviamente – Berlusconi sia l’unico colpevole dello sfascio. E chi ha sempre sostenuto che “il berlusconismo, e i suoi valori,  sono stati dentro ciascuno di noi”. Arendt avrebbe detto che sono vere entrambe: che le élite, chi mette in piedi un sistema gerarchico che chiede ai singoli di obbedire, magari attraverso la violenza o la persuasione più o meno occulta, è più responsabile di altri. Ma direbbe anche che ciascuno è dotato di una coscienza libera, che si esprime in atti pubblici, manifesti, come il rispetto delle regole e della democrazia. E che, pertanto, quella zona grigia è abitata non da tutti, ma da comunque da tantissimi. Non solo i carnefici ma  paradossalmente, come dice anche nel film, persino le loro stesse vittime.