Come sacrosanta premessa ai suoi successivi vent’anni, il primo atto politico del dottor Silvio Berlusconi, 26 gennaio 1994, “L’Italia è il Paese che amo”, trasmesso da tutte le tv del regno, fu una finzione. Una bugia ben allestita: il set dove registrò il celebre discorso non era il suo studio, ma uno sgabuzzino per gli attrezzi. Non era Arcore, ma Macherio, il villone teosofico dove abitava Veronica. Appena fuori dall’inquadratura – due metri di scrivania, qualche libro, due fotografie ben incorniciate, due calamai d’argento e al centro il suo sorriso in puro marmo di Carrara – c’erano muri scrostati, sacchi di cemento, un piccone, molta polvere. “Non ci crede? Vuole vederlo?”.

Era l’ultima domenica di aprile 1994, tre mesi esatti dal discorso della discesa in campo. Da un mese il Dottore era diventato Onorevole. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro gli aveva dato l’incarico di formare il suo primo governo. Ma con il Quirinale era già in rotta di collisione. Berlusconi voleva Previti alla Giustizia. Scalfaro era inorridito e aveva detto di no. E poi voleva Di Pietro agli Interni. Ma anche Di Pietro era inorridito e aveva detto di no. Quella domenica, B. era rientrato nella sua nebbiosa Lombardia dopo una settimana piena di frustrazioni: “Roma rema contro, la vecchia politica rema contro”. In tarda mattinata era atterrato in elicottero dentro ai 600 mila metri quadrati del parco di Macherio per il pranzo con la sua seconda famiglia – Veronica più i tre figli, Barbara, Eleonora, Luigi – che mai mettevano piede ad Arcore, dove vivevano ancora Marina e Pier Silvio.

A quei tempi seguivo la nascente avventura politica di Berlusconi per La Stampa. Ero arrivato a Macherio dopo pranzo con il collega Vittorio Testa di Repubblica, che per indole avrebbe narrato di musica e di orchestre, ma per dovere si piegava alle tarantelle della politica. Vennero i soliti uomini armati a prelevarci al cancello: giganti silenziosi al volante di candide automobiline elettriche che finivano per renderli buffi anziché minacciosi. Ne giravano per tutta la collina, avanti e indietro, a rassicurare il padrone di casa che dai tempi del primo miliardo – conoscendo meglio di ogni altro gli amici degli amici – ha sempre vissuto terrorizzato e blindato.

L’intervista si svolse in uno dei saloni della villa. Niente di memorabile, tranne l’improvvisa interferenza di Barbara che aveva 10 anni, arrivò di corsa a salutare con un coniglio in braccio. Il padre sobbalzò: “Ma così sporca tutto! Dovresti fargli uno shampoo”. E Barbara: “Papà, non si fa lo shampoo ai conigli”, disse e se ne andò di corsa. Veronica, a quei tempi silente, era un’ombra. Altre malinconiche cameriere comparivano e sparivano. Tutta la casa era in un silenzio opprimente, accentuato dall’humor nero del suo padrone che all’improvviso cambiò sguardo. Gli era tornata in mente una cosa: “Sul mio discorso registrato avete scritto un sacco di sciocchezze”. Per esempio? “Che chissà quali esperti di comunicazione avevo interpellato. E quanti studi, quanti sondaggi…” Invece? “Invece ho fatto tutto in una notte. E sapete dove? Proprio qui sotto, nel parco… Volete vedere?”. Come no. Usciamo. Sentiero sul pratone a scendere: “Guardate che fiori stupendi, qui segue tutto mia moglie”. Ci fermiamo davanti a un box di cemento con attrezzi, carriola, polvere: “È qui”, dice spostando un sacco e poi spingendo una porta di ferro. Entriamo: muri intonacati ma non dipinti, pavimento in terra battuta, una lampadina di servizio. Luce lattiginosa e polvere dappertutto. Possibile? Dice: “Laggiù c’erano la scrivania e la libreria. Qui dove stiamo noi, l’operatore con la telecamera. In quei due angoli le luci”.

Sulle luci si è scritta e riscritta la faccenda della calza. La calza di nylon che, stesa sull’obiettivo, avrebbe reso calda l’atmosfera, morbido lo sguardo, invisibili le rughe. Sciocchezze anche quelle? “Tutte invenzioni. Basta con ‘sta storia della calza: cribbio, sembra che abbia fatto il discorso della Befana …”. È tornato di buon umore, si guarda in giro, come rivedesse gli arredi: “Figuratevi se Gasparotti usava una calza!” Roberto Gasparotti è l’operatore che dopo quella notte diventerà il custode della sua immagine. È già roba sua: viene da Canale 5. È toscano. Non ride, non parla. Sa come inquadrarlo senza che si vedano in primo piano le orecchie, perché sono troppo grandi e i capelli, perché sono troppo pochi. Quella notte usa un filtro aranciato e riflettori schermati di bianco. Prima di chiamare il capo per la registrazione, prepara la scrivania, i libri, le foto. Il Dottore scende alle 10 di sera. Sposta, aggiusta, aggiunge una piccola scultura di Cascella tra i libri. Quando tutto il finto sembra vero si siede e comincia a registrare.

Il testo del discorso viene da parecchie mani e da una sola testa, la sua. La prima bozza è di Paolo Del Debbio, toscano anche lui, partito in gioventù dall’Università pontificia con la vocazione per l’ultraterreno, approdato in età matura alla divina televisione. In seconda istanza la bozza passa a Gianni Letta, per levigarlo di virgole. Poi a Giuliano Ferrara che è il più colto del gruppo. Lo leggono quelli del giro stretto: Fedele Confalonieri, Previti, Dell’Utri, Nicolò Querci. Lo legge Mike Bongiorno che il Dottore considera il suo personale misuratore di aspirazioni comuni e comune sintassi.

Il discorso dura 9, 30 minuti. Al sesto minuto lui e Gasparotti hanno concordato una zoomata breve e dolce per aggiungere intimità, scaldare l’eloquio un po’ troppo ingessato. In quel momento è ancora un candidato, ma recita già da presidente. Quel pomeriggio, racconta: “L’abbiamo registrato una dozzina di volte, fino alle 3 di notte. Quando le ho riviste ho scelto la prima. Tutto molto semplice, molto lineare, nessun esperto di comunicazione. L’esperto di comunicazione sono io”. Giusto, ma perché lo sgabuzzino? Berlusconi alza le spalle come a dire: è venuto così. Spegne. Risaliamo. “Divertente, no?”. Istruttivo. Sebbene a quel tempo ancora non si sapesse che quel set di finzioni lui l’avrebbe esteso all’Italia intera. E per vent’anni, prima di spegnere la luce, lasciandoci le macerie.

Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2014