Sembrava che gli animali usati negli esperimenti di laboratorio fossero sempre meno. In realtà, passati gli anni bui della crisi economica e a ripresa in corso (quanto meno nel resto d’Europa), ecco che la grande macchina della vivisezione torna a mietere vittime senza freno. Come prima, più di prima.

L’ultimo aggiornamento del rapporto La vivisezione in Italia regione per regione pubblicato dalla Lega antivivisezione/LAV segnala che persino in Italia i centri di sperimentazione – non meno di 609 tra università, ospedali e privati – risultano in aumento così come sono cresciuti di numero, nel biennio 2008/2009, i test più dolorosi eseguiti in deroga alla legge, per lo più senza anestesia.  

Ma ancora più impressionanti sono le ultime notizie che ci arrivano da Oltralpe. 

In Germania, gli animali uccisi nelle procedure di ricerca del 2012 sono stati 3.080.000, con una crescita del 2% rispetto all’anno precedente. In Olanda, l’unico paese a fornire cifre così dettagliate, il 34% degli animali sottoposti a esperimento nel 2011 hanno patito “moderate” o “severe” o “very severe” discomfort (da intendersi, come più appropriatamente recita la Direttiva europea, come “moderato” oppure come “intenso dolore, angoscia o sofferenza equivalente” (articoli 14, 15, 16, 17; allegato VIII).  Peggio ancora ha fatto il Regno Unito. Qui, nel 2012, un anno definito dalle associazioni di welfare animale “a national disgrace”, si è registrato un aumento dell’8% di tutte le procedure. Oltre 4 milioni le vittime. Non s’era mai visto. 

Come hanno riportato i giornali, Judy MacArthur Clark, capo del dipartimento Animals in Science Regulation del Home Office, ha minimizzato la gravità dei fatti sostenendo che gran parte di questo aumento è dovuto alla produzione e riproduzione di animali geneticamente modificati, soprattutto topi e pesci. Già, come se questi non soffrissero: sappiamo che nel 99% dei casi è vero il contrario. E se volete scendere nei dettagli, leggete lo sconvolgente Science corrupted: the nightmare world of GM mice, senza dubbio la mappa più precisa e circostanziata che sia mai stata tracciata sui risvolti da incubo e le spiacevoli ricadute per gli esseri umani della manipolazione genetica degli animali a scopo ricerca.

Ma niente sembra mai troppo ai signori degli stabulari.

Gli scienziati dell’Università di Cambridge hanno preso dodici pecore gravide, le hanno anestetizzate e amputate chirurgicamente per inserire cateteri e altri strumenti di rilevazione nelle zampe e nel circolo sanguigno dei loro piccoli. Quindi, obbligandole a inalare nitrogeno, le hanno portate al quasi-soffocamento per osservare gli effetti dell’ipotossia sul cervello dei feti. Infine, dopo qualche giorno di misurazioni, sia le pecore sia i piccoli, ormai devastati, sono stati uccisi. Eseguito nel 2011 e pubblicato su The Journal of Physiology nel 2012, questo ripugnante esperimento, l’ennesimo di una decennale serie di test analoghi, è arrivato con scalpore al grande pubblico inglese pochi giorni fa, a metà gennaio.

A pubblicarne i dettagli, insieme con una rigorosa critica della “ratio scientifica” dello studio, è stato il neonato sito web promosso da Animal Aid, l’associazione di medici e ricercatori britannici che si batte per una ricerca fondata sui metodi sostitutivi. La cui strategia informativa, si direbbe, ha perfettamente centrato il bersaglio: nel giro di poche ore oltre 600 lettere di protesta sono arrivate sia al Home Office inglese, che sovraintende alla pratica della sperimentazione animale in quel paese, sia alla più famosa tra le organizzazioni che danno regolare supporto finanziario a quel laboratorio: la British Heart Foundation. 

Quest’ultima, “the UK number one heart charity”, rastrella fondi dal pubblico con biciclettate, trekking e altri eventi sportivi, vendita di torte, oggetti e vestiti, giornate della bontà… Molti lustrini e poche notizie sugli studi che vengono finanziati con i soldi così raccolti. 

La chiamano scienza. Se lo è, se lo fosse, non dovrebbe essere difficile rispondere agli interrogativi circostanziati che di settimana in settimana i medici di Animal Aid e del sito Victims of Charity, porranno a tutte e a ciascuna delle associazioni non-profit che chiedono soldi al pubblico per finanziare ricerche a tappeto contro le più gravi patologie umane. A fronte dell’opacità, dell’autocertificazione compiaciuta, delle stucchevoli verità ex cathedra oggi dominanti, l’unica via d’uscita non possono essere altro che l’informazione pubblica e comprovata, il confronto minuzioso con chi si oppone e contrasta dati alla mano.