Prendo spunto dal recente articolo di Paul Krugman sul New York Times dal titolo “Scandal in France”. Krugman nel suo articolo “tira le orecchie” al presidente francese Hollande non, come fanno molti giornali in questi giorni, per la sua prolungata “scappatella” con l’amante segreta, di cui ad un economista serio importa meno di niente, lui redarguisce François Hollande per la sua poca determinazione nel sostenere quella che, nella sua campagna elettorale, e all’inizio del suo settennato, era la sua strategia economica, ovvero quella di una netta opposizione alle politche di austerità europee che in soli 5 anni hanno trasformato una “corazzata” economica capace di insidiare la superpotenza americana, in una “bagnarola” che fa acqua da tutte le parti. (ndr. Queste non sono ovviamente le esatte parole di Krugman, ma sono certo che se, richiesto di una opinione su questa tesi, lui confermerebbe).

Krugman parte dalla comparazione dei 7 anni che, in Europa, hanno immediatamente seguito la depressione del 1936, con quelli che hanno seguito (a partire dal 1997) quella che passerà alla storia come la “Grande Recessione”. Se la chiamano “recessione” e non “depressione” è solo perché negli USA, che comandano tuttora l’economia mondiale, una nuova depressione è stata evitata solo grazie ai molteplici sostegni pubblici forniti all’economia americana dagli interventi straordinari della Federal Reserve, che ha “pompato” (e tuttora sta pompando) nell’economia americana, diversi trilioni di dollari sotto varie forme.

Nell’Europa invece, che ha fin dall’inizio scelto (e testardamente prosegue) nelle politiche di austerità per uscire dalla crisi, il risultato è non solo di aver sprofondato tutte le maggiori economie continentali (salvo quella tedesca che si salva, come dice Krugman: “grazie alla sua formidabile potenza nelle esportazioni”) in una profonda crisi economica, ma anche quello di non riuscire a trovare la strada per uscirne.

Per forza non riescono ad uscirne, dice nella sostanza Krugman, non solo non hanno imparato niente dalla depressione economica americana cominciata negli anni 30, ma ignorano completamente anche la lezione che ci è arrivata dai 20 anni circa di “stagnazione economica” del Giappone cominciata all’inizio degli anni 90.

Come si fa a credere, sul piano dell’economia, che sia possibile uscire da una crisi tremenda come quella che ha colpito l’Europa, semplicemente continuando a tagliare le spese? E’ esattamente lo stesso errore che ha fatto il Giappone per 20 anni. Sempre nella convinzione che bastasse tagliare le spese (considerate superflue) per ridurre l’enorme debito.

La teoria che sostiene questa strategia sarebbe (detto in modo assolutamente stringato) che l’economia, non più soffocata dal debito, riprenderebbe ad un certo punto a tirare e a produrre sviluppo. La realtà pero’ è stata molto diversa. Ogni volta che il taglio del debito produceva i suoi effetti, il risultato pratico non era quello di rilanciare l’economia ma al contrario quello di rallentarla. Sia per l’effetto “psicologico” di deprimere la “confidenza” dei consumatori, sia per quello “effettivo” di ridurre le entrate fiscali.

Finché si è arrivati, lo scorso anno, alla recentissima politica economica di Shinzo Abe, il nuovo primo ministro giapponese, che ha finalmente avviato una poltica, da molti definita “avventurosa”, ma che fin qui sta dando buoni frutti, di rilanciare l’economia sostenendo le spese per gli investimenti, piuttosto che continuare a perdersi nell’inutile ricerca di ciò che si può ancora tagliare nelle spese. Il Giappone è stato l’unica grande potenza economica colpita dalla crisi del 2007, che nel 2013 ha ottenuto buoni risultati economici.

Ovvio che qui un diretto paragone con la situazione italiana è improponibile, dato che nella situazione italiana si può (e si deve!) tagliare ancora molto. Occorre però fare grande attenzione a non mettere le spese sociali al primo posto. E’ vero, sono le più facili da vedere e da colpire, ma sono anche quelle che poi perpetuano la crisi, perché in definitiva deprimono pesantemente l’economia. E’ sugli sprechi della politica che occorre agire in primis e con più determinazione. Anche per eliminare quella spinta inarrestabile che ha portato una massa incredibile di “furbi” e opportunisti a cercare il “posto fisso” in Parlamento invece che in banca o in altri posti molto ben retribuiti. Abbiamo già visto che non è tanto il solo (lautissimo) stipendio che si intascano i parlamentari e tutti gli altri dirigenti delle amministrazioni locali a costituire l’attuale costo insopportabile della politica, ma è il potere che costoro hanno di spendere a ruota libera, in modo del tutto improprio, addebitando ogni cosa e ogni capriccio sulle spalle dei cittadini che pagano le tasse.

Quello che ci si aspettrebbe oggi da politici onesti, dopo i guai che la classe politica ha creato in Italia negli ultimi trent’anni, sarebbe che si mettessero la cenere sul capo e lavorassero, non dico gratis, ma al semplice costo di un semplice impiegato statale. Invece quello che fanno i politici italiani è esattamente il contrario: fanno tagli leggerissimi ai loro costi, mentre proseguono supini e inconcludenti nella sciagurata linea delle austerità sostenute dal vertice europeo (che ha fatto fin qui solo disastri, come dice Krugman).

Su questa strada ci possiamo aspettare soltanto, non solo in Italia, ma in tutta Europa, solo un tragico ventennio alla “Giapponese”, senza alcuna garanzia di trovare tra vent’anni un altro Abe.