“…il femminismo – accettato o osteggiato, discusso con scientifico distacco o pubblicizzato nei modi tipici del consumismo culturale, contestato o addirittura rifiutato con i più rigidi viscerali sbarramenti difensivi – è ormai comunque, irreversibilmente, una costante del panorama umano e sociale, in Italia come in tutti i paesi dell’Occidente. Provocatoriamente presente nei settori più diversi della vita associata, culturale e politica, pronto allo scatto della protesta dovunque più vistosa si esprima la violenza antifemminile, capace di mobilitare da un giorno all’altro decine di migliaia di donne nei momenti cruciali delle sue battaglie; movimento di massa che ha ormai superato i confini elitistici, intellettuali e borghesi della sua origine, per conquistare fabbriche, scuole di ogni ordine e grado, province depresse, periferie proletarie e sotto proletarie, che ha contribuito a rivitalizzare e orientare tutte le organizzazioni femminili preesistenti, che inevitabilmente si impone all’attenzione, al confronto e al calcolo dei partiti politici; forte di una sempre più vasta e spesso più altamente qualificata letteratura specialistica e di tutto un corredo di centri di produzione, teatri, librerie, case editrici, consultori, gruppi di studio e di documentazione, circoli di lavoro per quartieri; soprattutto portatore di un’analisi che non solo ha affrontato la realtà femminile in tutta la molteplicità delle sue innumerevoli facce, evidenti e nascoste, ma che ha capovolto l’ottica delle precedenti analisi, tendenti a circoscrivere la questione nell’ambito dello sfruttamento capitalistico, per la rimessa in discussione di una politica prevalentemente economicistica.
 Il femminismo infatti muove non più dall’osservazione del ‘sociale’ ma del ‘privato’ (cioè di quel ‘vissuto’ in cui ogni donna quotidianamente sperimenta la propria sudditanza, attraverso gli eventi spiccioli della più minuta fenomenologia esistenziale come nello scontro coi più gravi e coinvolgenti problemi della maternità, della sessualità, del lavoro domestico obbligato) per un confronto e una verifica fra donne dove i più drammatici conflitti, da sempre gestiti e sofferti in solitudine, come fatti strettamente personali e non condivisibili, si rivelano dato costante di una condizione comune, problema non più privato quindi, ma ‘sociale’, dunque ‘politico’”.

Le righe precedenti sono state scritte nel 1977 da Carla Ravaioli nella prefazione alla seconda edizione (nove anni dopo la prima), del suo libro La donna contro se stessa. Un testo che ha formato due generazioni di donne, impegnate nella sinistra e nel femminismo: da oggi è per intero pubblicato qui, perché il libro è ormai introvabile anche nelle biblioteche specializzate.

Carla Ravaioli, giornalista, saggista, femminista, ambientalista e fino all’ultimo comunista di un comunismo umanista contaminato dai filoni di pensiero critico che per questo l’hanno allontanata dal potere, forse si è uccisa il 15 gennaio scorso, allo scoccare del suo novantunesimo compleanno.

Poco importa, a questo punto, se si sia trattato di un suicidio o di una morte sopraggiunta per malore. La vita di Carla Ravaioli è stata intensa, di formidabile esempio e stimolo per le donne e gli uomini che cerchino una visione divergente, critica e mai domata sul reale. Personalmente so che, a distanza di quarant’anni, devo anche a lei l’intuizione per lo sviluppo del lavoro che ora sto facendo con Uomini che odiano amano le donne e il teatro sociale per uomini con Manutenzioni-Uomini a nudo.

Lei aveva già capito, nel 1973, come uno dei bandoli della matassa da sbrogliare nelle relazioni tra i generi fosse quello del silenzio maschile sulla sessualità: Maschio per obbligo (così si chiama il libro), era allora già più avanti rispetto alla stessa contestazione femminista dell’epoca, in famiglia così come nel pubblico.

Mi piace ricordarla a chi la conosceva, e a chi invece non sapeva nulla di lei (sperando che qualche editore decida di stampare nuovamente almeno qualche suo titolo) con queste parole, scritte sempre nell’introduzione citata sopra: “Questo infatti – ma me ne accorgo solo oggi – è stato soprattutto per me ‘La donna contro se stessa’: il tentativo di spiegare certi miei comportamenti, autolimitazioni, blocchi improvvisi dopo rincorse a perdifiato, paure di essere quello che volevo, o credevo di volere, confini che io stessa ponevo a una scelta di vita che pure avevo fatto fin da giovanissima (niente matrimonio figli famiglia, lavorare, campare con le mie forze, mettermi in piedi uno straccio di vita che avesse un senso senza che un uomo ne fosse garante e mediatore); il bisogno di oggettivare la mia fatica di donna inquadrandola e proiettandola nella condizione di tutte le donne”.