Niente via per il progetto di conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle. La Commissione Via del Ministero per l’Ambiente ha bocciato nuovamente – accogliendo molti dei nostri rilievi – la procedura autorizzativa. Enel, se vorrà perseguire nel più catastrofico degli errori – errare è umano, perseverare è diabolico – dovrà presentare un nuovo progetto e un nuovo studio di impatto ambientale. Potrebbe accadere, nonostante l’Italia disponga già di un parco di generazione elettrica praticamente doppio rispetto alle necessità di consumo nazionali e non abbia bisogno di nuove centrali alimentate con fonti fossili.

Non esiste il carbone pulito, che rimane sempre la fonte più inquinante e dannosa per il clima e la salute umana. La conversione a carbone di una vecchia centrale a olio combustibile nel cuore di un parco naturale, in un ecosistema fragile e unico, sarebbe semplicemente folle.

La pianura padana, oltretutto, è già la zona con la peggiore qualità dell’aria in Europa.  
Starà ad Enel, adesso, decidere se continuare in futuro a rappresentare il problema – tenendo ostinatamente in vita la prospettiva del carbone come risorsa energetica chiave per l’Italia – o se vorrà piuttosto diventare parte della soluzione, cominciando a investire sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica.

Come Il Fatto Quotidiano ha già opportunamente riportato, oggi la centrale di Porto Tolle – che Enel avrebbe appunto voluto convertire a carbone – è oggetto di un processo che vede l’azienda imputata per aver fatto funzionare per molti l’impianto (a olio combustibile) in violazione dei limiti di legge. A Enel i ministeri dell’Ambiente e della Salute chiederanno un risarcimento di 3,6 miliardi di euro, cifra che in larga misura (2,6 miliardi) rappresenta la traduzione monetaria della stima dei danni ambientali e sanitari causati tra il 1998 e il 2009 dall’azienda nel Polesine. La perizia che ha fissato questa stima, predisposta dall’Ispra, utilizza la stessa identica metodologia impiegata dall’istituto di ricerca indipendente Somo, che per conto di Greenpeace, invece, ha stimato l’impatto sanitario ed economico della produzione col carbone di Enel, in Italia e in Europa. Secondo quello studio, in riferimento alle emissioni del 2009, i fumi delle centrali di Enel alimentate con quella fonte avrebbero causato in Italia una morte prematura al giorno e 1,8 miliardi euro di danni; in Europa i casi di morte prematura erano quasi 1.100 e i danni salivano a 4,3 miliardi.

In tempi in cui si tira la cinghia a tutti i livelli, è bene fare una riflessione sui costi dell’operazione che Enel voleva intraprendere, e su quanto è costata alla salute e all’ambiente una centrale come quella di Porto Tolle. Partiamo da quest’ultimo dato: 2,6 miliardi di danni ambientali e sanitari, essenzialmente per la mortalità in eccesso, più un miliardo per omessa ambientalizzazione. 2,7 miliardi di euro, invece, sarebbe la cifra che Enel vorrebbe investire per dotare il Paese di una centrale massimamente inquinante di cui non vi è alcun bisogno rispetto all’andamento dei consumi elettrici. 

Oggi, per risorse di quell’ordine di grandezza, in molti farebbero carte false. O aumenterebbero la pressione fiscale, o ricorrerebbero a tagli al welfare, all’istruzione, agli enti locali… Vale la pena ricordarlo: Enel è una controllata pubblica, lo Stato, tramite il ministero del Tesoro, ne detiene il 31 per cento. E il suo management, quasi al termine del mandato, è nominato da via XX settembre. Cacciare l’amministratore delegato Fulvio Conti?