A Roma capita di frequente, passeggiando all’interno di alcuni dei centri commerciali, di imbattersi in diversi resti di strutture antiche. Quasi per caso. Accade alla Bufalotta, proprio al centro del grande spazio comune al piano terra, dove ci si può sedere intorno ad un bel mosaico a tessere bianche e nere con rappresentazioni di scene marine. Accade anche all’interno del centro commerciale di abbigliamento “low cost” al Quartaccio. Dove il lastricato di una strada romana è visibile all’interno di un negozio di calzature. Al di sotto del pavimento di plexiglass. Coperto quasi per intero da cumuli di scatole di scarpe.

Tutt’altro che casi isolati. La lista dei siti sacrificati in nome di un centro commerciale, come di una nuova urbanizzazione, di un complesso polifunzionale, è lunghissima. Tombe, domus, villae, strade, fornaci e templi, sistemi idraulici e impianti produttivi. Non esiste tipologia che non abbia perso esemplari. Che non sia stata privata di parti considerevoli. Quasi sempre la Soprintendenza archeologica, attraverso il funzionario di zona, richiede indagini preliminari. Insomma scavo e/o trincee, qualche volta precedute da campagne di carotaggi, e poi analisi e documentazione grafica e fotografica di quel che è emerso. Le possibilità che la scoperta possa mutare il progetto iniziale, così da rimanere in vista e fruibile, è una circostanza occasionale, a prescindere dalla sua rilevanza. Molto più spesso ogni cosa viene coperta, protetta con materiali idonei e “affogata” in uno strato di argilla espansa. Obliterata per sempre sotto nuovo cemento moderno. D’altra parte nelle conferenze dei servizi, si sa, la presenza dell’ispettore di Soprintendenza è non di rado impalpabile. Incapace di mutare l’iter previsto. Così sgombrati i cantieri dagli archeologi arrivano gli operai e le gru.

Rimangono le relazioni di scavo, i rilievi delle strutture, le cassette con i materiali recuperati e poi i matrix con la ricostruzione delle sequenze stratigrafiche. Dati fondamentali per giungere all’edizione finale. Tanto più importanti in considerazione del fatto che non esiste più niente di quel che si è scoperto. Quei dati costituiscono a tutti gli effetti l’unica testimonianza di quanto si è rinvenuto. La prova della loro esistenza. Proprio per questo è davvero un peccato che, troppo spesso, anche questa fase dell’indagine sia del tutto disattesa. Non si giunga ad alcuna pubblicazione. Così, può accadere che a serbare ricordo di testimonianze archeologiche di straordinaria rilevanza siano quei pochi che le hanno indagate. Chiamati direttamente attingendo agli elenchi dei collaboratori. Oppure attraverso il tramite di una delle Cooperative archeologiche “di fiducia”. Oltre all’equipe della Soprintendenza archeologica e ad ingegneri, architetti e geometri di cantiere.

Sarebbe potuto accadere la stessa cosa a Pompei, se non fosse stato per L’Espresso. Che ha ricostruito e rivelato la questione. Non all’interno del sito archeologico più famoso al mondo. Ma immediatamente al suo esterno. In un’area a soli 500 metri dalla celebre via dei Sepolcri, a circa un chilometro dalla città antica, ma nel confinante territorio di Torre Annunziata, dove il quartiere industriale rintracciato dai saggi di scavo, è finito coperto dalle strutture di un nuovo ipermercato. Un’operazione avviata nel 2009 e realizzata con i successivi “svincoli” della Soprintendenza archeologica. Insomma dal punto di vista puramente formale, pienamente autorizzata.

La notizia, ha provocato, in rete, la moltiplicazione dei commenti. In uno sdegno crescente nei confronti di quella Istituzione, la Soprintendenza archeologica, che quello scempio lo aveva reso possibile. Facendo scemare l’euforia del giorno precedente, per la notizia da parte del Mibac sulla Reggia di Carditello.

Ma l’Italia è ricolma di casi analoghi a quella che è stata denominata la Pompei 2. Siti ugualmente di estrema rilevanza per l’archeologia, scoperti e distrutti. Inghiottiti nelle fondazioni di nuove realizzazioni. A Roma, come a Torino, a Milano come a Bologna, a Catania come a Napoli. Cancellati nella loro “materialità”. Spesso anche nella loro “memoria”.

Si continua a trattare il patrimonio archeologico con pervicace incapacità. Intervenendo raramente con fermezza, il più delle volte preferendo posizioni ispirate quanto meno al politically correct. Alcuni mesi fa il Ministro della Cultura libanese, Gaby Layoun, personaggio alquanto criticato per le sue scelte, ha deciso di procedere alla distruzione dei resti dell’antico porto fenicio di Beirut per costruire nell’area tre grattacieli. Un affare da quasi mezzo miliardo di euro. Il profitto del settore delle costruzioni più importante di tutto. Anche della storia antica della città.

Non sembra essere diversamente anche in Italia. Nonostante i propositi di azzerare il consumo di suolo. A dispetto degli auspici di rigenerare il grande patrimonio immobiliare in abbandono. A contare sopra tutto sono le costruzioni. Che si tratti di nuovi palazzi o altri centri commerciali poco cambia. Anche per questo l’archeologia dovrebbe recuperare una sua autorevolezza. Per contribuire a realizzare un modello di sviluppo differente. Per determinare anch’essa le scelte, non più per subirle.