“Lo voglio rivedere”. Federico, liceale romano non ancora 18enne, ha già visto La Grande Bellezza due volte. Ne vuole ancora. Non ne ostenta i motivi con monologhi da saputello, semplicemente esprime una volontà ferma, un’urgenza di assorbimento estetico che le parole possono solo deturpare.

Qualcuno ha denunciato la mancanza di under 40enni nell’opera di Paolo Sorrentino premiata stanotte dalla stampa estera a Hollywood con il Golden Globe come miglior film straniero. Sarà anche vero, ma i giovani, persino taluni giovanissimi, questo film l’hanno amato. Dopo fiumi d’inchiostro spalmati dal Festival di Cannes in poi su questo magnifico film è difficile trovare nuove argomentazioni interessanti, specie se queste abbiano l’intenzione di sostenere o depotenziare il valore della pellicola.

Oggi è facile cavalcare l’onda dorata di The Great Beauty: “chi vince ha sempre ragione”, dicono i ct delle squadre di calcio dopo aver perso le partite. A mesi di distanza dalla proiezione concorrente sulla Croisette e ad una successiva avvenuta settimane a seguire insieme al pubblico della sala (e non con gli addetti ai lavori) posso confermare il personale giudizio di assoluta positività sul lavoro che Sorrentino ha compiuto dentro e attorno a un materiale di profonda complessità.

Sterili sono le nenie comparative allo sguardo felliniano ne La Grande Bellezza, talmente banali da non meritare ulteriori riflessioni. La decodifica critica che rivela la grande forza del film passa essenzialmente per un principio di verità nell’incontro tra l’artista e la sua opera: su tale incontro lavora il talento, si impone un punto di vista, si scelgono poetiche e ci si espone a un rischio. Prendere o lasciare. Sorrentino non è uomo dal facile carattere, molto più istintivo per lui è – avendolo dimostrato – autoincensarsi di raffinatezze formali.

Eppure nel film che può apparire il più ambizioso della sua filmografia accanto a Il Divo egli si astiene dal formalismo a favore di una potente forma/sostanza, che equivale a restituire il senso/obiettivo insito nel concetto stesso di significante immaginario, ovvero ciò che l’immagine cinematografica mostra è anche il suo significato, inscindibilmente. Tradotta su La grande bellezza, la riflessione teorica trova aderenza in ogni inquadratura, in ogni movimento – persino nei famigerati dolly tanto amati dal regista partenopeo che qui si percepiscono come essenziali, vibranti ed imprescindibili.

Sorrentino ha lavorato per sottrazione e non per sovrabbondanza, benché tale affermazione possa qui suonare paradossale. La Grande Bellezza è un film che resta e ci auguriamo possa continuare la sua affermazione internazionale.