Quando la compagna Tiziana da Milano inizia a presentare la mozione contro l’oppressione sulle donne, dal corridoio dell’hotel si sente uno sghignazzare di ragazzine. In quell’albergo sul lungomare di Rimini infatti, oltre al terzo congresso del Partito comunista dei lavoratori c’è anche alloggiata una squadra di pallacanestro femminile. Tiziana non si perde d’animo e va avanti dal piccolo podio: con alcune compagne ha lavorato tutta la notte per emendare il testo e aggiungere delle correzioni. Tra queste l’ammissione che le discriminazioni di sesso valgono anche per le donne delle altre classi: “Anche se sono borghesi, compagni”. 

Qui lotta di classe è ancora la parola d’ordine all’assise, tra ritratti di Lenin, libri di Leon Trotsky e bandiere di partiti fratelli di tutto il mondo: perché essere trotzkisti significa soprattutto essere internazionalisti. E significa anche voler fare la rivoluzione. E chi se ne importa se le percentuali del Pcl sono sempre state dello zero-virgola. Percentuali destinate spesso (insieme a quelle di altre mini formazioni dell’estrema sinistra) a far perdere voti alle varie coalizioni di centrosinistra negli ultimi dieci anni.

Il Pcl, fondato nel 2006 da Franco Ferrando e da altri ‘nipoti’ e ‘pronipoti’ del rivoluzionario trucidato nel 1940 da un sicario di Stalin, è l’isola felice dei duri e puri. L’isoletta, diremmo. Di quelli che i lavoratori li vorrebbero a Palazzo Chigi, da soli a guidare un Paese. Una volta stavano in Rifondazione comunista, per poi uscirne quando la formazione di Fausto Bertinotti decise di entrare nel governo Prodi II nel 2006: “Quando coloro che entrarono in quell’esecutivo decisero di subordinarsi al capitalismo finanziario”, precisa Ferrando.

A Rimini, dove i delegati ogni tre anni si riuniscono regolarmente ormai dal 2008, non viene salvato nessuno. Il Partito democratico, secondo Ferrando, di sinistra ormai non ha più niente: “Con l’arrivo di Matteo Renzi non c’è più alcun riferimento a quella tradizione. Il Pd si era già sviluppato come un partito liberale e ha spianato la strada per l’arrivo di Renzi, che definirei piuttosto un populista confindustriale”. Non si salva la Fiom, a cui pure in diversi, tra i delegati arrivati in Romagna, sono iscritti: “Non ha fatto quello che doveva fare: cioè mobilitare i lavoratori per una ribellione sociale, visto quello che sta succedendo”, spiega Francesco Doro, un compagno che peraltro è membro anche del comitato centrale del sindacato dei metalmeccanici.

Landini sta facendo un’azione spericolata: aprire a Renzi in un momento in cui il sindaco di Firenze segna una rottura per tutta la sinistra italiana, persino per quella più moderata. È qualcosa che fa impressione. È un populismo confindustriale che trova in Landini la sua copertura a sinistra”. Per non parlare di Nichi Vendola: “Non c’è alcuna possibilità di fare alleanze con questi partiti che hanno deciso di farsi rappresentare dalla borghesia. Il nostro è un partito che vuole rappresentare interessi diversi, quelli dei lavoratori”, spiega Tiziana.

A Rimini tra il centinaio di delegati arrivati da tutta Italia ci sono persone di ogni età. Tutte sorridenti e cordiali, sempre pronte a spiegare apertamente il loro punto di vista con lunghe discussioni: sono la spiegazione vivente del perché sono sempre stati, loro malgrado, i perdenti nella storia del marxismo. Eroici spesso, sempre scomodi, mai disposti al compromesso. In Unione Sovietica prima, nella guerra di Spagna poi. Nella sala del congresso c’è il vecchio signore che assomiglia a Karl Marx, c’è l’operaio, c’è l’impiegata. Ma c’è anche il giovane precario: “Nel 2013 ho fatto sette lavori, con ogni tipo di contratto”, racconta Nicola, un ragazzo alto, magro, una grande cresta sui capelli. Cinque anni fa è uscito da filosofia a Pisa, un corso di laurea che gli ha fatto conoscere il trotzkismo, ma non gli ha dato un lavoro: “Ora faccio il turno di notte in un bar”.

Lui alle promesse di Renzi contro il precariato non crede. Fin da ragazzino era allergico persino ai bertinottiani dentro Rifondazione comunista. Figurarsi se oggi si affiderebbe a Vendola. Anche lui accomuna i due simboli della sinistra italiana per demolirli: “Il segretario di Sel e Landini vogliono inoltre tenere i piedi in due staffe: tra il governismo del Pd e le lotte in fabbrica. Ma è una contraddizione. Peraltro la Fiom è responsabile della sconfitta epocale alla Fiat contro le politiche di Marchionne”. Su Grillo Nicola ha una sua idea: “Niente di più che l’erede di Berlusconi”. I vocaboli usati dal giovane laureato in filosofia sono da Manifesto del partito comunista: “Il Movimento cinque stelle ha avuto quel risultato solo perché è imploso il partito dei piccoli bottegai e della borghesia che era il Pdl”. Marco Ferrando è più tranchant: “I 5 stelle? Un movimento populista e reazionario, nemico del mondo del lavoro. La proposta di licenziamenti nel pubblico e nel privato in cambio di un reddito di cittadinanza di 600 euro – secondo Ferrando – è esattamente una proposta filo-padronale. Poi vogliono fare la repubblica del web, abolire i sindacati e i partiti. Il loro uno vale uno significa dire sì o no seduti davanti a un computer, alla proposta del guru di turno o del califfo”.

Insomma non si salva nessuno, di alleanze elettorali non si parla. Ma guai obiettare che bisognerebbe ricercare unità a sinistra: “Forse nel frazionato mondo della sinistra noi siamo quelli che all’unità ci teniamo di più, ma chiediamo coerenza e verità: fare gli interessi dei banchieri o dei lavoratori non è la stessa cosa”, conclude Francesco. La coerenza non manca. Francesco, Nicola, Delia, Tiziana, lo stesso Ferrando li vedremo ancora nei cortei. Con le loro bandiere e i ciclostilati sottobraccio. Sempre pochi. Ma sempre.