“Vedrai che con una laurea in ingegneria elettronica troverai subito un lavoro vicino casa e ti sistemerai. Me lo dicevano gli amici, lo pensavo anche io. Ma non sempre le cose vanno come ci aspettiamo”. Roberto Longo, di Jesi (Ancona), classe 1978, si è laureato nel 2005 e un lavoro fisso l’ha trovato. Ad appena 1400 chilometri di distanza, però. E’ professore associato presso l’Eseo grande ecole d’ingénieurs, ad Angers, un comune nella regione dei Paesi della Loira, in Francia. Si occupa principalmente di ingegneria biomedica (soprattutto ultrasuoni per la medicina). E l’Italia l’ha lasciata presto, quasi subito. Non appena ha conseguito la laurea. “Volevo fare il ricercatore e prima di trasferirmi ad Angers ho vissuto sei anni a Bruxelles, dove ho proseguito le mie ricerche e ho lavorato”.

Una scelta dettata da una folgorazione. “Con l’avvicinarsi della laurea lavorai a una tesi sulle macchine ecografiche ed ho avuto la fortuna di conoscere dei ricercatori di Bruxelles, in visita per poche settimane al nostro dipartimento. Erano più giovani di me eppure erano già al secondo anno di dottorato e avevano già pubblicato su riviste internazionali”. Di qui una lezione che non ti spiegano nelle università italiane. “Capii che all’estero i tempi universitari scorrevano in maniera diversa, e mentre noi studenti di ingegneria italiani potevamo rimanere bloccati su un esame per mesi, loro già erano in laboratorio a fare esperimenti. Inoltre tutti parlavano perfettamente inglese: l’inglese rende liberi di viaggiare, comunicare e confrontarsi in tutto il mondo, dicevano. Avevano ragione”.

Otto anni fa la crisi è ancora lontana, ma tra un contratto in Italia quasi certamente a tempo determinato o andare in giro per il mondo a fare il ricercatore, Longo opta per la numero due. “Voglia di indipendenza, anche economica. All’estero pagano meglio, molto meglio. Ho presentato domanda all’Università libera di Bruxelles (Vub), e sono stato accettato come ricercatore, inizialmente per un anno. Un anno passa in fretta, e anche se la voglia di tornare in Italia era sempre presente, sentivo che dovevo restare, la ricerca scientifica mi appassionava sempre più e l’università belga mi garantiva uno stipendio corrispondente a più del doppio di quello che avrei guadagnato in Italia. Nel 2006 ho ottenuto una borsa di studio, per fare un dottorato in ingegneria biomedica della durata di quattro anni. Durante questi anni, che ricordo tra i più belli della mia vita, ho imparato moltissimo, ho viaggiato in Europa e negli Stati Uniti, per partecipare a conferenze internazionali o per promuovere collaborazioni con altre università. In più ho visto i miei primi articoli pubblicati su riviste internazionali”.

Dal Belgio alla Francia il passo è breve. “Mi sono poi trasferito a Montpellier, dove sono rimasto per quasi due anni, con la carica di ricercatore post dottorato e insegnante. In questo periodo ho ottenuto l’abilitazione all’insegnamento universitario in elettronica e meccanica, che mi ha dato la possibilità di partecipare ai concorsi per diventare professore associato. Qui in Francia, il sistema universitario è molto ben strutturato, e si può diventare professore associato anche molto giovane, prima dei trent’anni, perché gli unici requisiti per partecipare ai concorsi (in genere 2-3 l’ anno) sono aver sostenuto un dottorato e ottenuto l’abilitazione. Comunque anche qui non è facile trovare lavoro nella città di residenza. Io per esempio sono diventato professore associato l’estate scorsa, ma da Montpellier mi sono dovuto trasferire a Angers, distante circa 800 km”.

“In tutti questi anni durante i miei viaggi mi è capitato di incontrare altri ricercatori italiani che come me erano spinti dal desiderio di lavorare in un contesto internazionale ed erano attirati dalla sicurezza economica che i paesi esteri erano in grado di offrire. Molte volte abbiamo parlato dell’Italia, di come sarebbe stata la nostra vita se fossimo rimasti. Di certo più gradevole restando vicino alla famiglia e agli amici. Ma che futuro avremmo avuto?”. Sì, però ovunque il ricercatore cerca di fare esperienze all’estero. Solo che prima e poi torna nel suo paese di origine. Mentre in Italia questo è sempre più raro. “Parafrasando una frase del film ‘Into the wild’ la conoscenza è autentica solo se condivisa. Il guaio dell’Italia è che vede i suoi ricercatori partire senza compensare queste uscite attirando ricercatori stranieri. Questo non solo crea un forte disequilibrio, ma rappresenta un vero e proprio ‘affare sballato’, perché giovani scienziati formati con risorse italiane poi contribuiranno allo sviluppo di un paese straniero”.

Perché la ricerca non è una priorità del Paese Italia? Longo risponde indicando i due grandi difetti della ricerca accademica nostrana: “Costa molto e può avere tempi lunghi. Dai prototipi di laboratorio al prodotto finito può passare molto tempo. Paradossalmente però promuovere la ricerca scientifica significherebbe anche combattere la crisi, perché permetterebbe nel medio-lungo termine di restare competitivo nell’innovazione scientifica e tecnologica rispetto alle potenze emergenti. Si parla tanto del boom economico degli anni sessanta come modello di riferimento, ma allora mezzo mondo era analfabeta e le condizioni erano più favorevoli per far emergere il ‘Made in Italy’. Adesso, con il Sud America, l’Est Europa, e l’Asia che stanno crescendo a ritmi sostenuti, come farà l’Italia a rimanere competitiva sul mercato? Comunque non smetto mai di pormi domande. E quando sono in giro per il mondo non smetto mai di pensare al giorno in cui tornerò a casa. Peccato che non ci siano le condizioni”.