Niente di nuovo nel futuro di Telecom. L’amministratore delegato Marco Patuano resterà al suo posto: la richiesta di revoca del consiglio di amministrazione non raccoglie infatti la maggioranza nell’assemblea più popolata della storia del gruppo grazie alla presenza del 54% del capitale. Contrari alla proposta del socio Marco Fossati di azzerare il cda il 50,3% dei presenti cui va sommato il 7,4% di astenuti, il cui voto è equiparato a quello dei contrari. Favorevoli il 42,3 per cento. Il consiglio quindi resterà in carica fino alla sua naturale scadenza ad aprile. Bocciati i due nomi proposti da Telco, Stefania Bariatti e Angelo Tantazzi, che era candidato alla presidenza e anche tutte le altre candidature, che riguardavano Massimo Consoli, Franco Lombardi presidente dell’associazione Asati che raggruppa i piccoli azionisti, Andra Bergomi e Antonio Crusco. Telecom avrà quindi un consiglio composto da 11 persone con Aldo Minucci presidente fino ad aprile 2014.

L’assemblea ha votato invece a favore dell’aumento di capitale da 1,3 miliardi a servizio del contestato prestito convertendo. Ma Fossati, che con Findim detiene il 5% di Telecom, ha evidenziato come la delibera avvenga in un contesto di conflitto di interessi. “Ci siamo andati vicini, ma la giornata di oggi è il simbolo del cambiamento. Non ci sono né vinti né vincitori, i fondi anglosassoni hanno reso chiaro che c’è un conflitto di interessi in Telecom”, ha detto. “Ad aprile – alla prossima assemblea degli azionisti chiamata ad approvare il bilancio 2013 – chiederemo un cambio statutario per dare rappresentanza anche ai piccoli azionisti”, ha aggiunto.

E così, nel silenzio di un governo che continua a rimandare la mozione sulla nuova legge in tema di offerta pubblica d’acquisto e non ha ancora un regolamento attuativo sulle reti strategiche, Telecom va avanti secondo il piano industriale 2014-2016 descritto da Patuano agli investitori lo scorso 8 novembre. Proprio mentre Telco, la holding che custodisce il 22,4% di Telecom, diventa sempre più spagnola: da gennaio del prossimo anno Telefonica, sulla base degli accordi del 24 settembre scorso, potrà infatti acquistare fino al 100% delle azioni di Telco dai soci italiani Mediobanca, Generali e Intesa.

Come da copione cambia quindi la struttura della scatola finanziaria e con essa il controllo di fatto di Telecom Italia. E, sulla falsariga di quanto accadde nel 2001 nel passaggio dalla Olimpia di Marco Tronchetti Provera alla Telco, a beneficiare dell’operazione sarà lo zoccolo duro di soci italiani. Non certo gli azionisti di minoranza. Compreso Marco Fossati. “Ufficialmente Telecom non ha azionista di controllo – ha dichiarato in assemblea il socio – Telco comanda e basta”. E lo fa evidentemente nell’interesse del proprio azionista di maggioranza. Per Telefonica, “Telecom è come un maiale: meglio da morto che da vivo”, ha dichiarato un socio di minoranza dell’ex monopolista prospettando uno spezzatino capace di valorizzare al massimo gli investimenti fatti dagli stranieri nel capitale di Telecom.

Difficile quindi immaginare che il progetto di Fossati finalizzato all’internazionalizzazione della società e di sviluppo della rete attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e il fondo F2i di Vito Gamberale possa, in qualche modo, essere preso in considerazione, benché il premier Enrico Letta abbia assicurato che il governo farà quanto in suo potere per massimizzare gli investimenti in fibra nell’interesse del Paese. “Il governo non parteggia per nessuno dei giocatori in campo e ritengo che nemmeno il Parlamento debba fare norme che favoriscano uno o l’altro”, ha dichiarato il premier, sottolineando però che l’esecutivo vigilerà affinché gli investimenti sulla rete siano i più ingenti possibili. Investimenti che del resto Telecom da sola non potrebbe affrontare perché appesantita da 29 miliardi debitiQuanto agli spagnoli resta da sciogliere la questione del Cade, l’autorità di vigilanza brasiliana che, sulla base dell’aumento di peso degli spagnoli in Telecom, ha dato 18 mesi di tempo a Telefonica per ridimensionare la propria presenza sul mercato locale. Un diktat che potrebbe spingere il management di Telecom alla cessione delle attività brasiliane o alla fusione con Vivo, filiale brasiliana di Telefonica, e alla successiva vendita di alcuni asset ad altri operatori.

Intanto la procura di Roma, su segnalazione della Consob, dopo aver sentito l’ex presidente Telecom Franco Bernabé, ha formulato l’ipotesi di reato di “ostacolo all’attività di vigilanza” per il passaggio delle quote in Telco relative al controllo di Telecom Italia e la cessione di Telecom Argentina. Il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Nello Rossi, precisando che non ci sono attualmente indagati, stanno indagando sull’ipotesi di un’intesa occulta tra i maggiori azionisti di Telecom per favorire l’ascesa di Telefonica sfuggendo ai controlli dell’autorità di vigilanza sui mercati. Tre, in particolare, i punti su cui la Procura si è soffermata nell’analisi dell’accordo stipulato il 24 settembre scorso tra i soci italiani di Telco e Telefonica. Innanzitutto l’aumento di capitale da 324 milioni con un’opzione di acquisto al prezzo di 1,09, quasi il doppio rispetto a quello che all’epoca era il prezzo di mercato, e la possibilità di emettere azioni ordinarie Telco di categoria C senza diritto di voto fino a dicembre 2013 che Telefonica si è impegnata a comprare. In secondo luogo il prestito convertendo da 1,3 miliardi sottoscritto dal socio statunitense Blackrock con cui Telefonica nega di avere un accordo. Ed ,infine, la vendita di Telecom Argentina al fondo Fintech per 800 milioni.

Sullo sfondo, all’esterno dell’auditorium di Rozzano, intanto, i sindacati sventolano le loro bandiere, chiedendo al governo di aprire un tavolo con Telefonica per discutere del futuro dell’azienda: sono preoccupati del futuro degli oltre 54mila dipendenti italiani. Tuttavia la richiesta di un tavolo di negoziazione è già stata rinviata al mittente dal viceministro allo Sviluppo con delega alle telecomunicazioni, Antonio Catricalà. “E’ eccessivo coinvolgere il premier – aveva dichiarato lo scorso 4 dicembre Catricalà – Non c’è un problema di tavolo di crisi”. Ma è un fatto che, come Telecom, anche Telefonica è molto indebitata (45 miliardi). Ed è quindi legittimo intravedere all’orizzonte nuove ristrutturazioni più che investimenti e sviluppo.