Che cosa sta succedendo al Cie di Lampedusa saranno i magistrati di Agrigento a stabilirlo, come sarà la Legacoop a verificare i comportamenti dei suoi soci nei confronti degli ospiti del centro e come è successo a chiedere l’allontanamento dei dirigenti. Nel frattempo è più che lecito che ognuno si indigni a misura delle proprie capacità. L’episodio può essere tuttavia lo spunto per mandare a mente che il dramma dei rifugiati e dei migranti non si risolve (soltanto) con la distribuzione di qualche paia di mutande, né con l’obbligo di una differente procedura circa gli standard igienici.

Ci aiutano, nel percorso di riflessione, una serie di dati – questi sì impressionanti – sul traffico di esseri umani che nemmeno l’Onu riesce a impedire e che sta diventando una delle piaghe della società globalizzata. I dati, ancorché stabili negli ultimissimi anni, parlano di 2,5 milioni di vittime e di 32 miliardi di dollari di giro d’affari per le organizzazioni e i trafficanti coinvolti. Lo ha ribadito, qualche giorno fa, uno dei maggiori esperti del settore, Sandro Calvani del centro Asean, durante un convegno sul tema organizzato dal Cnf, il Consiglio Nazionale Forense, dal titolo Le nuove schiavitù tra tutela dei diritti umani e contrasto alla criminalità organizzata.

Prima di scorrere le cifre, è bene ricordarsi che il fenomeno spacca in due il pianeta, dividendolo fra paesi poveri che forniscono il materiale umano da sfruttare sessualmente, fisicamente, economicamente e paesi ricchi dove le persone sono sfruttate e i proventi riciclati. Manco a dirlo, l’Italia appartiene ai secondi.

Al convegno Calvani ha illustrato i dati raccolti: “Il 59 % delle vittime sono donne, il 17 % ragazze, età media fra i 17 e i 24 anni. Un milione e mezzo sono bambini, vittime anche del traffico di organi. Il 95 % delle vittime subisce violenza fisica e/o sessuale nel corso del traffico”.

“Dall’Africa e dall’Est provengono persone destinate a differenti tipi di sfruttamento, in un caso abbiamo persone destinate al lavoro, soprattutto agricolo, e nell’altro donne destinate al mercato della prostituzione e dello sfruttamento sessuale”, ha dichiarato Susanna Pisano, consigliera per le Pari Opportunità del Cnf che sta lavorando molto su questo terreno. Ad esempio coinvolgendo i legali dei paesi che affacciano sul Mediterraneo (“È di poche settimane fa l’entrata in Odimed, Osservatorio internazionale sui diritti umani nei paesi del Mediterraneo, degli avvocati palestinesi”), ma anche firmando il protocollo di Avocats sans frontières che punta a individuare gli avvocati impegnati nella difesa dei diritti di coloro a cui è stato tolto tutto, dal passaporto alla dignità, al corpo.

Il convegno, a cui ha partecipato anche il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, ha evidenziato la debolezza del contrasto al fenomeno criminale. Il reato di traffico si alimenta anche a causa della corruzione. Poche le inchieste penali, pochissime le condanne: su scala mondiale, nel 2006, sono state 5080 le prime e 3160 le seconde: “Un condannato ogni 800 persone trafficate”, ha detto Calvani.

Gli avvocati italiani hanno predisposto un modello formativo per 80 giovani professionisti provenienti dalle regioni più coinvolte (Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia) con le materie riguardanti la violenza e la discriminazione, dalla prostituzione alla tratta. Dice Pisano: “Chiediamo allo stato che lavori sulla società. Vedasi il caso di Prato: lì non può non esserci un aspetto che riguarda il traffico di esseri umani visto che le vittime erano rinchiuse e impossibilitate a uscire, eppure i reati di cui sento parlare più spesso sono l’omicidio colposo o il disastro colposo. Questo, inutile negarlo, ha un riflesso culturale negativo sull’opinione pubblica”. Come non darle ragione?