Nel folcloristico mondo dei Talent Show troneggiano per numero di ascolti quelli dedicati al mondo della musica. Programmi come X-Factor, The Voice, Amici, hanno letteralmente spopolato facendo la fortuna di manager, organizzatori e produttori. Il mercato dei dischi langue, i concerti dal vivo non generano affatto i profitti di una volta, eppure queste kermesse musicali sono seguite da milioni di persone con una passione che pare essere seconda solo a quella del tifo calcistico. Tuttavia, una sola di esse sembra aver scelto il titolo giusto, quello che più di ogni altro rivela apertamente che dietro l’innegabile successo di queste trasmissioni si nasconde realmente un magico ingrediente. Se è dunque probabile che un Fattore X esista davvero, quel che è certo è che non si tratta affatto del famoso quid che rende unica ogni produzione d’arte. Questo componente segreto sembra piuttosto essere la risultante di un potente mix di due elementi caratteristici del nostro tempo: speranza e depressione.

Il primo ingrediente è a base di un sentimento molto diffuso, destinato però (soprattutto nel caso di queste trasmissioni) ad infrangersi contro la spietata durezza dei numeri. Quanti sono i ragazzi che partecipano ogni anno alle selezioni, quanti entrano effettivamente in gara e quanti arrivano alle fasi finali? È davvero triste constatare come molti di essi accettino di buon grado di accalcarsi davanti a capannoni circensi formando interminabili file della speranza, solo per un’audizione. Vederli trepidare nell’attesa di una brevissima performance (cui affidano il proprio futuro) che nella stragrande maggior parte dei casi finirà con l’esporli ad un ridicolo che non sempre meriterebbero. Si potrebbe obiettare che questa è la logica di ogni selezione; tuttavia in questo contesto (ovvero quello della musica di consumo) la cosa appare ancora più eclatante dato che spesso anche chi emerge ed ha successo può permettersi il lusso di non possedere alcuna preparazione nella materia per la quale si propone. In ogni caso, fenomenologia di Mike Buongiorno a parte, ai pochissimi superstiti della iniziale roulette russa è concesso il privilegio di continuare ad inebriarsi con la speranza di un futuro migliore, che almeno per un momento, possa allontanarli dal grigiore di una quotidianità che giustamente ed evidentemente rifuggono.

Siamo ormai lontani anni luce dal sogno di una vita On the road, vissuta pericolosamente o alternativa, per alcuni fatta di eccessi e senza regole. Qui sembra piuttosto di trovarsi in presenza di una generazione che al contrario, canta per provare ad andar via di casa;una generazione, cioè, che aspira a diventare una star ma per poter ambire ad una vita ‘normale’, a non dover coabitare con mamma e papà oltre il limite della decenza. Una cosa apparentementecontraddittoria e triste, soprattutto se riferita a ragazzi giovani che invece di cercare strade autentiche, sono costretti piuttosto ad anelare alla legittimazione di giurie posticce che possano appagare quel desiderio di non essere rifiutati ed esclusi, come lo sono, in effetti, dalla nostra società. Eppure guardando ai dati nudi e crudi, questa speranza professionale sembra del tutto mal riposta. Quanti dei vincitori degli ultimi San Remo, X-Factor, The Voice, Amici hanno realmente una carriera artistica solida ed economicamente remunerativa? Chi di loro fa tournée che non siano il giro dei paeselli nel mese di luglio e agosto? Chi ricorda il nome, o meglio ancora il brano, del vincitore di quella o dell’altra edizione? Che lavoro fanno ora tutti quei vincitori? Un mercato in crisi come quello discografico attuale può davvero supportare tutte le star sfornate ogni anno da questi circhi del pop? È dunque una speranza ben riposta quella che i giovani nutrono nei confronti di queste lotterie canore? La netta sensazione è che gli unici a vincere sempre e comunque siano gli organizzatori, i produttori ed i conduttori; con buona pace dei duellanti in gara.

In una breve intervista apparsa su Tv Blog, il noto cantautore Umberto Tozzi (oltre quaranta milioni di copie vendute nel mondo) usa parole feroci a proposito della condizione degli aspiranti cantanti:“Il futuro dei giovani di X- Factor, secondo me, si chiamerà depressione. Amici? Peggio che mai. Mi dispiace che anche colleghi importanti partecipino come ospiti a quelle trasmissioni senza dire veramente cosa ne pensano. La colpa non è dei ragazzi per carità, ma della gente che c’è dietro”. 

Parole che confermano i sospetti e che sembrano fare il paio con le dotte argomentazioni di un altro Umberto, il Professor Galimberti, appassionato narratore dei malesseri giovanili del nostro tempo. Il noto saggista infatti, nel prezioso testo intitolato I miti contemporanei, ripropone all’interno di un più ampio ragionamento, l’importante tesi di Alain Ehrenberg a proposito delle nuove forme di depressione giovanile (il nostro secondo ingrediente magico). Il noto sociologo francese ritiene infatti che il male oscuro abbia mutato forma e che oggi i suoi sintomi classici quali tristezza, dolore morale, senso di colpa, siano passati in secondo piano rispetto all’ansia, all’insonnia, all’inibizione: alla fatica di essere se stessi. La depressione in sostanza tende a configurarsi come una patologia dell’azione; i suoi sintomi si traducono in una perdita di iniziativa in un contesto sociale dove realizzare iniziative è il solo criterio attraverso il quale si misura il valore delle persone. Dagli anni settanta in poi infatti, la depressione non è più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione (con conseguente senso di colpa) ma, in uno scenario dove tutto è consentito e non esistono più regole da infrangere, il nucleo depressivo origina da un senso di insufficienza e di inadeguatezza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare secondo le aspettative altrui. Una depressione di natura performativa insomma, dove ogni test diventa la prova del nove di se stessi. Aspettative e tensioni forse inevitabili ma che dovrebbero essere riposte a favore di attività ben più edificanti per lo spirito umano.

In conclusione, formule magiche a parte, gli organizzatori di questi baracconi sono parzialmente da assolvere poiché non credo sappiano nulla di queste cose, ne credo siano interessati (pedagogicamente parlando) al destino dei concorrenti. Probabilmente, sarebbe un po’ come chiedere ai produttori di slot machine di interessarsi al problema della ludopatia o all’industria dell’alcol di fare campagne contro l’eccessivo consumo di vino. La legge di mercato ci insegna che il profitto è l’unico metro di valutazione di tutte le cose, e se le trasmissioni funzionano, il resto passi pure abbondantemente in secondo piano. Giusto ricordare infine, che proprio la musica è la grande assente dai palchi di questi show; essa ha ben poco a che fare con l’osceno teatrino delle eliminazioni-emozioni che questi programmi sacrificano ogni sera sull’altare di un pubblico crepuscolare, interessato al gossip, alle lacrime, al dettaglio morboso, più che alla musica, seppur intesa come mero prodotto di consumo.