«Perché Verdi è così amato in tutto il mondo e riesce a commuovere anche persone appartenenti a culture lontane come i giapponesi? Perché parla dell’uomo e dell’umanità, e queste sono questioni universali». Non ha dubbi Leonetta Bentivoglio, critica di Repubblica, saggista e tra i giornalisti che ha dedicato le pagine più sentite agli allestimenti scenici delle opere del compositore italiano più apprezzato nel mondo. «Verdi è un motore che mette in moto direttori d’orchestra, registi e cantanti. Un compositore che obbliga chi vi si confronta a riflettere non solo sulla musica, ma sul significato stesso di dirigere un’opera, e prendervi parte». La Bentivoglio racconta il compositore attraverso quindici opere viste tramite venti interviste ai maggiori interpreti verdiani da Luciano Pavarotti a Zubin Mehta, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Peter Stein a Werner Herzog. Un lavoro durato più di dieci anni raccolto nel volume Il mio Verdi , Quindici opere raccontate dai più grandi interpreti del nostro tempo (Castelvecchi editore).

Per le sue interviste ha scelto personaggi molto lontani tra loro. C’è un tratto comune, una linea rossa che collega la loro visione di Verdi?
Nelle interviste sono emersi punti di vista molto lontani, ma ci sono tratti che a posteriori possono essere visti come un filo conduttore. Tutti vedono Verdi come l’autore che ha fatto da ponte con il ‘900. Molti vedono già nelle sue opere i tratti che si ritroveranno poi in Mahler e Stravinskij. Soprattutto nelle sue ultime opere, Otello e Falstaff, c’è la proiezione verso un nuovo senso del teatro. Basti pensare alla modernità della protagonista de La traviata. Verdi ha segnato il passaggio dalla esaltazione della voce alla narrazione.

Perché ha scelto di intervistare interpreti, registi e direttori d’orchestra anziché critici o storici della musica?
Credo che chi ha lavorato sulle opere di Verdi riesca a percepire aspetti che si possono comprendere appieno solo da dentro. Durante la lavorazione, infatti, molti mi hanno raccontato di essere stati sorpresi da Verdi sotto profili nuovi.

Chailly ha scoperto che nelle sinfonie di Mahler si nascondono vere e proprie citazioni della Aida, infatti Mahler aveva diretto quattro volte quell’opera. Ronconi invece si è soffermato sull’importanza della lettura del teatro elisabettiano riletto nelle opere di Verdi tratte dai testi di Shakespeare.

C’è qualcosa che l’ha stupita nelle risposte dei suoi intervistati? Qualcuno che ha sollevato questioni che non si sarebbe aspettata?
Sì, alcuni mi hanno anche irritata ad essere sinceri. In questo confronto con Verdi è emerso un aspetto della regia. I registi, anche i grandi registi, spesso hanno un rapporto conflittuale di amore e odio con l’opera lirica. Da un lato gli piace dirigerne l’allestimento, ma dall’altro soffrono il fatto di non essere il centro unico dell’opera. Si sentono troppo vincolati da figure come il diretore d’orchestra. Questa credo sia la ragione di alcune risposte provocatorie come quella del regista britannico Johnathan Miller che ha affermato delle sciocchezze sottolineando la “pochezza dell’approccio alle fonti letterarie di Verdi”. Oppure le provocazioni di Werner Herzog (il grande regista tedesco autore anche di film come Fitzcarraldo) che ha iniziato l’intervista dicendo che non ama andare a teatro perché si annoia, e preferisce andare allo stadio a vedere una partita di calcio. Una risposta che secondo me rivela una sorta di paura a confrontarsi con questo genere di regie.

Tra i direttori d’orchestra intervistati c’è Riccardo Muti, che ha scelto di parlare del Falstaff come mai ha scelto l’ultima opera di Verdi come centro dell’intervista?
Muti ha molta familiarità con Verdi. Ogni intervistato poteva scegliere un’opera a cui era particolarmente affezionato e lui ha scelto Falstaff che ha dichiarato essere una delle due opere, assieme a Così fan tutte di Mozart, che porterebbe con sé su un’isola deserta. Il direttore ama molto, sia in Verdi che in Mozart, il rapporto della musica con il libretto e i virtuosismi di certi doppi sensi linguistici che sono presenti nelle parole scritte per Verdi da Boito, come in quelle che Da Ponte pensò per Mozart.  Il maestro ha raccontato di essere sempre rimasto colpito dal fatto che nel Falstaff ci sia la vita in tutti i suoi aspetti, summa artistica di un compositore giunto alla anzianità che riflette indirettamente sulla sua intera esistenza, attraversandone tutti gli aspetti: dai baratri della tristezza alla vette della felicità. In questo Falstaff per Muti è un’opera fulminante e profetica.