In Italia ci si fa pubblicità per esistere e far parlare di sé, a qualunque costo e usando qualunque argomento: insultando memorie storiche e politiche dolorose, non curandosi di infangare emozioni o lutti, infischiandosene di violentare nuovamente le vittime, degradando sentimenti e dignità, trasformando in grottesco l’assurdo.

Penso agli adesivi sportivi con il volto di Anna Frank, alla pubblicità di prodotti per pulire la casa ammiccante al femminicidio, ai cartelloni stradali con corpi di donne presentati come quarti di mucca, solo per citarne alcuni: se né già parlato.

Ecco adesso la trovata di un sindacato di polizia (Coisp) che denuncia una giovane donna per violenza sessuale (e oltraggio a pubblico ufficiale), rea di aver baciato il casco di un poliziotto in servizio. Un bacio (sul casco) come violenza sessuale.

I fatti sono noti: Nina De Chiffre, attivista No Tav, durante la manifestazione del 16 novembre scorso in Val Susa contro la Torino-Lione, viene fotografata mentre bacia il casco del giovane poliziotto Salvatore Piccione.

L’immagine fa il giro del mondo, si pensa a un gesto pacifico e quasi romantico, simile a molti altri che in questi anni hanno costellato le pratiche nonviolente.

Penso ai fiori offerti durante il G8 agli invisibili robocop nel luglio 2001 così come agli abbracci in Spagna che ragazzi e ragazze hanno offerto alla polizia nei cortei per ottenere il diritto al matrimonio omosessuale

Poco importa che quei gesti fossero davvero di pacificazione (al G8 io c’ero ed ho visto di persona il giovane che metteva nelle mani rigide dei poliziotti i fiori portati da casa), al contrario di quanto ha invece dichiarato la De Chiffre, che su Facebook ha avuto parole forcaiole nei confronti della polizia.

L’irrisione, la trappola simbolica del bacio sarebbe stata organizzata da lei per ricordare le violenze subite, nel luglio scorso, da Marta Camposana, attivista pisana che ha denunciato percosse e umiliazioni a sfondo sessista da parte di alcuni poliziotti.

Se, come appare dalle dichiarazioni di Franco Maccari, segretario del sindacato di polizia denunciante, l’intento è quello di cavalcare i media e creare parallelismi tra i due fatti, la violenza accertata di alcuni poliziotti contro una manifestante, e il bacio, pur irridente, della manifestante sul casco del poliziotto, la mossa di usare la violenza sessuale come accusa per il bacio non è solo grottesca, è insultante. Lo stesso giovane poliziotto in un’intervista glissa sull’episodio e si rallegra che la manifestazione di quel giorno si sia conclusa senza scontri.

L’insulto non è rivolto solo verso le donne vittime di violenza, che quando denunciano i violentatori non è per un bacio: l’insulto più grave Maccari lo rivolge proprio contro i suoi stessi colleghi.

In questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi nei quali giro per l’Italia con la piece Manutenzioni-Uomini a nudo ho conosciuto molti poliziotti che svolgono con passione, umanità ed empatia il prezioso lavoro di raccolta delle denunce delle donne contro gli uomini violenti, che si impegnano come formatori per la tutela e la difesa dei minori nei casi di violenza assistita, che collaborano con i centri antiviolenza in molte città italiane. 

Che danno fa alla loro credibilità un collega che per avere i titoli sui giornali baratta il silenzioso e costante lavoro di questi molti onesti e seri con una trovata becera come confondere e paragonare una provocazione innocua e banale con la violenza sessuale?