Chi conosce personalmente Matteo Renzi ne parla come di “uno che non fa prigionieri”. Cesare Previti teorizzò la stessa operazione politicamente killer già al tempo del berlusconismo nascente e ora Beppe Grillo ne ribadisce le logiche barbariche – sotto forma di gogna mediatica – nei confronti dei giornalisti che osano criticarlo (del resto, operazione punibile con l’espulsione se a farlo è un/una parlamentare Cinquestelle).

In quest’ultimo caso è risultato oltremodo fastidioso l’intento pompieristico di quanti hanno parlato di “sbagli”, “di “farsi male da solo” e altri buffetti con il piumino della cipria. Niente di tutto questo. Essendo Grillo il più naif del nuovo che avanza – dunque il più esplicito – con il suo “morte al giornalista” ha dato forma al nuovo spirito dei tempi. Quello che Silvio Berlusconi anticipava con “l’editto bulgaro” contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi.

Sia chiaro, non che ci sia troppo da simpatizzare con le categorie sotto minaccia di cancellazione, dal notabilato dalemiano ai politicanti camuffati da operatori dell’informazione. Ma è la voglia di “soluzione finale” da lager/gulag, tipo montagna di teste mozzate alla Tamerlano, che atterrisce.

Lasciando da parte il “caso Berlusconi” in quanto “fuori quota” (sebbene “l’immortale Silvio” sia il grande traghettatore di un’idea di leadership politica basata sulla mediatizzazione di un carisma fasullo, a cui Renzi e Grillo si abbeverano), è consentito sottolineare il carico di violenza – più o meno latente – veicolato dalle figure dei nuovi protagonisti del confronto pubblico? Quelli che tra non molto si contenderanno la palma elettorale del “più amato dagli italiani”; andando a pescare in bacini largamente sovrapponibili (da cui l’insofferenza reciproca).

Gioca indubbiamente in entrambi un dato caratteriale, influenzato dallo spirito dei rispettivi luoghi d’origine, Genova e Firenze: immortali serbatoi di faziosità. La storia della città del Giglio è un’interminabile sequenza di faide, sotto la Lanterna ci si è scannati per secoli; persino per stabilire se la bevanda calda ufficiale dovesse essere il brodo di trippa o la cioccolata (la guerra civile settecentesca fra trippai e cioccolatai, culminata in agguati e ammazzamenti tra le due fazioni).

Tuttavia, l’elemento che gioca un ruolo determinante nell’arruolamento di moltitudini con il sangue alla testa, pronte all’aggressione verbale più becera e che potrebbe prefigurare perfino passaggi alle vie di fatto nei confronti del miscredente di turno, è l’identica natura del messaggio promosso dal tandem Grillo/Renzi (come dal comune maestro Berlusconi. Ovviamente maestro in materia di stili comunicativi): la semplificazione.

Ossia, l’assertività pervicace nel prospettare l’esistenza di soluzioni risolventi, quanto elementari e a immediata portata di mano. Ricette semplicistiche e di sicura efficacia, enunciate per titoli generici e preliminari; con cui il leader rassicura gli smarriti, garantendo loro che la salvezza è dietro l’angolo. Quegli smarriti diventati apostoli della buona novella, pronti a farsi massacratori di chi non conferma gli assunti di base del loro fanatismo. Meccanismo mentale ben noto, da quando il vescovo Cirillo fece scuoiare viva l’astronoma e matematica Ipazia nell’Alessandria del V secolo, in quanto renitente a convertirsi alla nuova religione.

Con questo non intendo dire che Francesco Merlo incarni Ipazia e i suoi assalitori via web siano i nuovi agenti dell’oscurantismo. Sono solo moltitudini infantilizzate dal credo grillesco, allo stesso modo degli adepti del renzismo: i credenti nei poteri taumaturgici del giovanotto apparentemente pacioccone (ma osservate bene il lampo assassino che attraversa il suo sguardo se contraddetto…).

In tanto imbarbarimento, quanto infastidisce uno spirito critico – più dell’involgarirsi di uno spazio pubblico prezioso come il web o la canaglieria del Vaffa elevata a stile argomentativo – è la consapevolezza che i beneficiari del fenomeno se ne rendono benissimo conto: l’intellighenzia di complemento, interessata prima di tutto e soltanto a nuotare nella corrente; i leader attenti esclusivamente alla loro irresistibile ascesa verso la conquista del Potere.

Comunque, atteggiamento facilitato dal fatto che il panorama circostante risulta popolato soltanto da una pallida schiera di tremuli lunari e animucce vaghe. Si pensi alla quantità di nomenklatura opportunistica balzata sul carro di Renzi. Si presti attenzione a un fenomeno ancora inesplorato: l’emergere nella fauna politica di una nuova specie, che potremmo denominare “doroteismo grillesco”. I tremebondi eletti a vari livelli nelle liste del M5S che accantonano ogni spirito critico per sottomettersi (carrieristicamente) ai voleri della troika Grillo/Casaleggio: il mio guru ha sempre ragione. E già si intravedono i renzini “credere-obbedire-combattere”.